Lavoro: whisltleblowing senza tutela (Italia Oggi)

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Una picconata al whistleblowing. Ben può essere rivelata

anche in sede disciplinare l’identità del dipendente pubblico che

denuncia, senza esporsi pubblicamente, il collega al responsabile per la

prevenzione della corruzione dell’amministrazione.

La condizione, scrive Italia Oggi, è che sia assolutamente

indispensabile per la difesa dell’incolpato conoscere il nome di chi lo

accusa. E se la segnalazione viene utilizzata in senso penale “non vi è

alcuno spazio per l’anonimato”, a maggior ragione dopo che la legge 179/17

ha modificato il testo unico del pubblico impiego. È quanto emerge dalla

sentenza 9041/18, pubblicata il 27 febbraio dalla sesta sezione penale

della Cassazione, che offre chiarimenti in materia civilistica e

lavoristica.

Nella specie il whistleblower utilizza la casella di posta elettronica

interna per segnalare l’abuso all’ufficio anticorruzione Rpc e non ha

bisogno di firmarsi: utilizza tuttavia le sue credenziali e dunque ben può

essere individuato, sebbene debba essere protetto dal rischio di

ritorsioni. E in effetti durante il procedimento penale il nome

dell’accusatore salta fuori. “Né potrebbe essere diversamente”,

puntualizzano gli “ermellini”. Il riserbo sull’identità del whistleblower

nel pubblico impiego opera soltanto in ambito disciplinare e risulta pure

subordinato al fatto che la contestazione “sia fondata su accertamenti

distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione” (c’è anche l’ipotesi in

cui l’interessato dia il consenso alla divulgazione delle proprie

generalità).

In sede penale la trasparenza è assicurata dal richiamo contenuto al

primo comma dell’articolo 54 bis del decreto legislativo 165/01 che fa

“espressa salvezza” delle ordinarie previsioni di legge per il caso che la

denuncia integri gli estremi dei reati di calunnia o diffamazione oppure

sia fonte di responsabilità civile ex articolo 2043 Cc. Specialmente dopo

la legge 179/17, secondo cui nel procedimento penale l’identità del

segnalante “è coperta dal segreto dei modi e nei limiti ex articolo 329

Cpp”.

Resta ai domiciliari, nella specie, il dipendente dell’ex Catasto

indagato per truffa aggravata, falso ideologico e corruzione in atti

d’ufficio: secondo l’accusa alcuni impiegati intascano soldi dagli utenti

per le visure immobiliari evitando loro il pagamento dei diritti perché

gli accessi sono fatti figurare come operazioni esenti o d’ufficio. E in

questo caso il contenuto delle rivelazioni fatte dal whistleblower

trasfuse nella segnalazione inviate all’audit delle Entrate costituisce

non mero spunto investigativo ma assurge al rango di vera e propria

dichiarazione accusatoria.

red/fch

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