Banche: Patuelli, addendum Bce limato ma non basta (Mi.Fi.)

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La Vigilanza Bce ha fatto, sì, un passo nella direzione delle banche sul fronte delle regole sui non performing loans. Ma non basta. È una promozione con riserva quella arrivata dall’Abi sull’addendum di Francoforte. “Non siamo ancora in presenza di una normativa stabile, certa ed univoca”, dice infatti ai microfoni di Class Cnbc Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione Bancaria Italiana. Che in questa intervista spiega quali sono gli ulteriori passi da compiere per aiutare le banche dell’Eurozona. A partire dai tempi per l’esame della proposta arrivata dalla Commissione Europea sempre sul tema più caldo per il settore, ossia quello dei crediti deteriorati.

Domanda. Presidente Patuelli, quale è la sua valutazione dell’addendum della Bce. Quello mostrato da Danièle Nouy è davvero un ammorbidimento?

Risposta. Riteniamo che ci siano stati degli approfondimenti da parte della Vigilanza della Bce, che ha accolto diverse osservazioni avanzate dall’Abi e in generale dall’associazionismo bancario europeo. Il punto è che l’addendum non è l’unica norma: in parallelo la Commissione Europea ha avanzato delle proposte che ora dovranno essere esaminate dal Parlamento e dal Consiglio Ue; quindi non siamo ancora in presenza di una normativa stabile certa e univoca.

D. Significa che la Vigilanza della Bce e la Commissione europea non possono fissare regole diverse?

R. Ci sono sensibilità diverse che si evidenziano nei due testi. Per esempio, la Commissione Europea ha fissato un orizzonte di otto anni per la gestione prudenziale dei crediti deteriorati, la Vigilanza della Bce di sette anni. Il problema vero per le banche è non sapere quali saranno le regole fra un mese, cinque mesi, un anno o due anni, quindi è assolutamente urgente che la proposta della Commissione Europea sia valutata dal Parlamento e dal Consiglio Ue per completare, possibilmente migliorandolo e rendendolo il più realistico possibile, il quadro giuridico. Si tratta di un presupposto fondamentale per guidare l’attività delle imprese in genere nei confronti delle banche e viceversa.

D. Il fatto che l’addendum alle linee guida sugli npl rappresenti una misura di secondo pilastro, ossia che vada applicato caso per caso nell’esame delle singole banche, è un passo avanti?

R. È un elemento certamente apprezzabile ma non è una variabile indipendente, nel senso che si inquadra in tutte queste normative che non sono ancora stabilizzate ma sono in gran parte ancora in discussione e quindi gli approfondimenti continueranno. Noi come Associazione Bancaria Italiana anche a livello europeo continueremo a dare dei consigli costruttivi affinché le regole per la stabilità bancaria non vadano a detrimento delle assolute necessità di sostenere la ripresa dello sviluppo economico e dell’occupazione.

D. Potranno esserci impatti negativi sulle imprese e sulle famiglie nell’accesso al credito bancario?

R. Il rischio sussiste perché, più si rendono rigide le regole per le banche sui crediti deteriorati e sugli accantonamenti, temporalizzandoli, più si complica il rapporto fra le banche e le aziende, soprattutto le piccole e medie imprese.

D. I bilanci delle banche hanno già scontato l’addendum della Bce?

R. In Italia di accantonamenti ne sono stati fatti tantissimi. I dati più recenti evidenziano che l’ammontare totale delle sofferenze nette è sceso sotto quota 60 miliari di euro. La riduzione è stata impressionante; parliamo del 30% in poco più di un anno. Quindi il percorso virtuoso è già stato intrapreso con una tempistica molto più serrata rispetto alle attese degli osservatori europei e internazionali. Sarebbe dunque bene avere una normativa completa, complessa e uniforme fra i vari organismi normativi e di vigilanza dell’Unione Europea, evitando di usare il forcipe. È bene non forzare eccessivamente processi che si stanno sviluppando in maniera più positiva rispetto alle previsioni.

D. L’eventuale prossima fine degli stimoli rappresentati dal Quantitative easing della Bce è un rischio per le banche?

R. Questo problema riguarda soprattutto la Repubblica Italiana, che avendo un debito pubblico molto ingente ha goduto in questi anni di tassi infimi per rinnovare i titoli pubblici. Nel momento in cui, prima o poi, i tassi riprenderanno a salire, anche tali costi aumenteranno. Si tratterà dunque di un problema soprattutto per i conti pubblici piuttosto che per le banche.

D. Dopo i numerosi aumenti di capitali effettuati dalle banche il prossimo passo potrebbe essere un nuovo processo di consolidamento nel settore? Che cosa si aspetta in proposito?

R. Non faccio mai previsioni, cerco di fare ragionamenti. L’Italia è il Paese Ue che ha fatto più operazioni di aggregazione. A fine 2018 avremo soltanto 110 gruppi bancari: è un numero molto basso per un Paese di oltre 60 milioni di abitanti. Le banche comunque sono imprese, di conseguenza tutte diverse tra loro e tutte in concorrenza tra loro, e quindi le possibilità di aggregazione sono frutto di piani industriali, di scelte degli azionisti e di chi le dirige. L’Italia anche sul fronte delle aggregazioni è all’avanguardia e non in retroguardia in Europa.

red

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