De Michelis tra Maastricht, Cina e migranti. E il sogno mai realizzato: sindaco di Venezia

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Aveva, per dirla in veneziano, una visione “granda” della politica e della vita. Con tutte le felici intuizioni (due fra tutte, il rapido sviluppo della Cina e la crisi dei migranti) ma anche con tutti quegli eccessi personali che poi lo hanno tradito. Con Gianni De Michelis, spentosi a 78 anni all’ospedale S.Giovanni e Paolo di Venezia dopo una lunga malattia, se ne va un protagonista della nostra storia politica recente, quella che cercava faticosamente una sua dimensione autonoma a cavallo del rapimento e uccisione di Aldo Moro nel ’78 e dopo il crollo del muro di Berlino dell’89. Quella che aveva bisogno di scollarsi di dosso le divisioni del passato per ancorarsi, in politica estera, ai grandi pilastri che, a distanza di tanti anni, caratterizzano ancora la nostra postura geopolitica: atlantismo ed europeismo.

La firma sul Trattato di Maastricht
C’è ancora, agli atti, la sua firma in calce al Trattato di Maastricht insieme a quella del ministro del Tesoro dell’epoca, Guido Carli. Nell’85 riunì tutti i ministri del Lavoro a Tunisi. «Arriveranno sulle nostre coste a nuoto e nessuno potrà fermarli» disse e non c’era ancora l’emergenza. Poi, alla conferenza dell’Ocse di Roma del ’91 predisse: «L’immigrazione sarà un problema di una gravità pari alla questione ambientale». Figlio di quel mondo politico e culturale in grande fermento del Veneto di inizio anni ’70, Gianni De Michelis si divideva tra una lezione di chimica agli studenti di Padova e un’assemblea al Petrolchimico di Portomaghera. Con il fratello Cesare incrociava polemiche e dialettica con gli altri protagonisti di quel laboratorio politico che era il Veneto, da Massimo Cacciari e Toni Negri.

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