Banche: Sileoni, La «faccia nascosta della luna» del settore (MF)

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Per capire quello che sta accadendo nel settore bancario italiano è indispensabile analizzare attentamente cinque aspetti, scrive Lando Maria Sileoni su MF. 1) Quale sarà la politica e l’atteggiamento di Andrea Enria, presidente della Commissione di vigilanza della Bce, rispetto alla politica di Danielle Nouy. Gli amministratori delegati si stanno, sull’argomento, interrogando. 2) L’età anagrafica degli amministratori delegati dei gruppi bancari. 3) Quanto e se inciderà il rapporto degli azionisti più influenti rispetto alle ambizioni degli amministratori delegati. 4) Da quanti anni sono ai vertici dei propri gruppi. 5) Se e quando la Bce introdurrà nel settore bancario europeo i criteri di onorabilità per i vertici degli istituti di credito.

Per tornare all’attualità di questi giorni, credo che le voci e le dichiarazioni che ne sono seguite dipendano da iniziative individuali di singoli amministratori delegati che si stanno riannusando dopo i contrasti e le incomprensioni dovute alla mancata fusione fra Ubi e Bpm . Operazione che, pur avendo una validissima logica industriale, fu affondata esclusivamente dalla politica nazionale e locale (Verona) oltre che dal disaccordo sui posti di comando. La stessa assemblea di Bpm del 2016 che doveva approvare la trasformazione della cooperativa in spa rappresentò il vero test di tenuta della riforma delle banche popolari voluta dal governo Renzi.

Enrico Cuccia, storico presidente di Mediobanca , sosteneva che le operazioni finanziarie prima si realizzano e poi si annunciano. Se questa regola è sfuggita all’attenzione di qualcuno, è anche perché all’orizzonte si profilano importanti rinnovi dei consigli di amministrazione e perché ogni amministratore delegato ha la sua personalità. Non è d’altronde la prima volta che accade. Le dichiarazioni di altri personaggi seguite nei giorni successivi sono o dichiarazioni di rito che tendono a ridimensionarne altre o per rispondere alle spinte e alle reazioni dei territori e degli azionisti o per farsi leggere dalla Bce e dalla Commissione di Vigilanza che rispetto al tema delle aggregazioni il settore ha le giuste attenzioni o per lasciarsi aperta qualunque porta.

Le iniziative dei singoli, comunque, spesso ottengono l’effetto contrario: invece di dimostrare la vitalità del settore, ne certificano la staticità. Tant’è che investitori forti – come ricchi, credibili e autorevoli fondi internazionali – che vorrebbero aumentare la loro presenza nell’azionariato di alcune banche, sono tenuti a bagnomaria, fuori dalla porta. D’altronde, le novità in un settore così conservativo creano sempre perplessità. In questo contesto rimarrà comunque fondamentale la politica della Commissione di vigilanza e della Bce. Che, mese più mese meno, anno più anno meno, vorranno sicuramente raggiungere, rispetto al tema delle aggregazioni, determinati obiettivi. Il sindacato, che vuole svolgere fino in fondo il proprio ruolo sociale, non potrà comunque rimanere semplice spettatore di quelle aggregazioni che potrebbero creare migliaia e migliaia di esuberi. Il sindacato, quello autentico e vero, dovrà farsi carico non solo della difesa dei posti di lavoro, ma anche della necessità di creare nuova occupazione. Ho apprezzato l’iniziativa di Intesa Sanpaolo che ha aderito, lo scorso 22 settembre, ai Principles for Responsible Banking dell’Onu. L’amministratore delegato Carlo Messina ha detto che la banca attribuisce «un ruolo contrale ai progetti rivolti alla crescita sociale, culturale e civile delle comunità». E il 19 settembre aveva dichiarato che «le persone sono il vero punto di forza di ogni azienda. Il capitale umano è il fattore distintivo di ogni azienda e noi le persone cerchiamo di trattenerle in banca».

I mercati hanno reagito bene alle voci di un’eventuale fusione tra Ubi e BancoBpm solo perché si profilava un taglio dei costi di almeno il 30%, insomma una macelleria sociale che il sindacato non potrà mai accettare. E di fronte a piani industriali, come quello fatto annunciare da Unicredit , abbiamo già detto che a un numero consistente di prepensionamenti e pensionamenti volontari, dovrà corrispondere un numero consistente di assunzioni. Lo stesso nuovo governo giallo-rosso (Pd-M5S-Leu) non potrà restare alla finestra di fronte a una eventuale aggressività sociale perpetrata dai gruppi bancari.

Per essere intellettualmente onesti, voglio rimarcare il fatto che, rispetto alla posizione intransigente dei sindacati bancari, la maggior parte degli amministratori delegati ha, fino a oggi, risposto con il dialogo e la condivisione sia per quanto riguarda le forme di uscite volontarie (pensionamenti e prepensionamenti) sia per le oltre 20.000 assunzioni che i sindacati hanno ottenuto anche grazie al contributo economico di tutte le lavoratrici e i lavoratori del settore. Ma se in Italia, a differenza dell’Europa, non si è licenziato è soltanto perché i sindacati del settore del credito hanno fatto quadrato ed eretto un muro sociale e contrattuale di fronte a iniziative inaccettabili, aggressive e dirompenti.

I prossimi mesi saranno determinanti per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro che riguarda 288.00 persone. Ieri si è svolto il Comitato affari sindacali e del lavoro di Abi e a me risulta che abbia preparato una proposta da presentare ai sindacati rispetto a una cabina di regia che dovrebbe avere potere contrattuale di negoziazione sull’argomento dell’innovazione tecnologica dei gruppi. I rappresentanti delle banche hanno espresso da tempo l’esigenza di chiudere la vertenza entro la fine dell’anno per avere poi mani libere sui piani industriali e sulle scelte strategiche dei prossimi anni. Nella loro testa c’è sempre la necessità di spendere poco e di arrivare a un eventuale accordo senza scioperi e senza il blocco delle trattative dei piani industriali da parte del sindacato. Sicuramente ai gruppi bancari non farà piacere un attacco mediatico come quando scendemmo in piazza in 60.000 per il rinnovo contrattuale del 2015, ma farebbe ancora meno piacere il blocco delle trattative e degli accordi sui prossimi piani industriali. Per questi motivi, è indispensabile che ognuno si prenda le proprie responsabilità nel segno della chiarezza anche rispetto a quanto dichiarato all’interno delle riunioni dell’esecutivo e del Comitato di presidenza Abi. Dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ci aspettiamo la stessa coerenza e linearità di comportamenti che ha mostrato fino a oggi. Non comprenderemmo una sua eventuale posizione di chiusura rispetto alle nostre richieste economiche pretesa da qualche amministratore delegato presente nel Comitato di presidenza Abi. In sintesi: da una parte c’è un rinnovo contrattuale importante e strategico da condividere che coinvolge tutti i singoli gruppi bancari, dall’altra una piattaforma sindacale che tiene conto dei risultati economici ottenuti dalle banche e di tutta una serie di argomenti di carattere sociale e contrattuale che non possono essere trascurati.

Se gli istituti di credito vorranno ricevere dal sindacato una giusta ed equa considerazione rispetto anche alle loro esigenze organizzative, non potranno tralasciare l’importanza di un rinnovo contrattuale imperniato su argomenti strategici per il sindacato e per tutti i lavoratori bancari, come la richiesta economica, la difesa e il rilancio dell’occupazione, la salvaguardia della propria area contrattuale.

red/fch

 

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