Bolivia: Morales si dimette e lascia il Paese

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Il presidente boliviano, Evo Morales, ha rassegnato le dimissioni e ha lasciato il Paese dopo che il capo delle forze armate, il generale Williams Kaliman, gli ha suggerito di abbandonare il potere sulla scia del voto presidenziale del 20 ottobre che, secondo gli osservatori elettorali, è stato caratterizzato da frodi.

Le dimissioni del presidente sessantenne, che quando è stato leader sindacale ha condotto proteste che hanno rovesciato altri capi di Stato, sono arrivate quando le forze armate si sono dichiarate neutrali, dopo tre settimane di manifestazioni sempre più caotiche in diverse città.

In un discorso televisivo Morales ha detto di essere stato vittima di un colpo di stato dichiarando che avrebbe continuato a combattere contro quella che ha definito come un’oligarchia che tiene sotto controllo la Bolivia.

E’ stato uno dei presidenti che è rimasto in carica più a lungo in America Latina, dopo essere salito al potere nel 2006 quando la cosiddetta “marea rosa” di presidenti di sinistra ha consolidato il potere in tutta la regione. La maggior parte di loro è andata incontro a pressioni economiche e politiche disastrose, in particolare il leader del Venezuela, Nicolas Maduro.

“Dal punto di vista politico, era una figura enorme”, ha detto Eduardo Gamarra, uno studioso boliviano della Florida International University che si occupa della sinistra latinoamericana, aggiungendo che “è l’ultimo classico socialista del 21esimo secolo”.

Tra gli alleati più stretti di Morales c’era Maduro, il cui Governo ha inondato di aiuti la Bolivia. Il presidente venezuelano ha scritto sul suo account Twitter che il Venezuela “condanna categoricamente il colpo di stato contro il fratello presidente”.

La fine per Morales è arrivata ieri pomeriggio quando i suoi alleati – tra cui tre ministri e diversi legislatori e governatori del partito al potere – si sono dimessi e la potente Confederazione dei lavoratori boliviani ha abbandonato il sostegno al presidente, cosa prima impensabile.

In un discorso televisivo da Chimore, nella regione di Chapare, dove era passato da coltivatore di coca a capo del sindacato degli agricoltori, Morales ha dichiarato che avrebbe rassegnato le dimissioni per portare la calma nel Paese.

La pressione popolare sul presidente stava aumentando rapidamente in un Paese che è notoriamente instabile e in cui molti capi di Stati presidenti che hanno preceduto Morales sono stati spesso costretti ad abbandonare il potere.

Il ministro delle Miniere Cesar Navarro, nel presentare le sue dimissioni, ha detto che la folla ha bruciato la sua casa nella città di Potosì e che parte della sua famiglia è stata colpita. I pubblici ministeri avevano avviato un’indagine sul ruolo del Tribunale Supremo Eleettorale, che era sotto il controllo del partito al potere e si è occupato di scrutinare le schede. La televisione boliviana ha filmato la polizia mentre faceva irruzione negli uffici del tribunale ieri pomeriggio.

“Mi dimetto in modo che i nostri fratelli non continuino a essere perseguitati. Mi rammarico davvero di questo colpo di Stato civile”, ha detto Morales, aggiungendo che “voglio dirvi che la lotta non finisce qui. Questo non è un tradimento dei movimenti sociali, la lotta continua. Noi siamo il popolo”.

Anche il vicepresidente boliviano, Alvaro Garcia, si è dimesso, dicendo che “le forze oscure hanno distrutto la democrazia”. Dopo che il presidente e il vicepresidente se ne sono andati nessun funzionario sta gestendo il Paese, ha detto Carlos Cordero, un analista politico a La Paz. “Viviamo un momento di caos istituzionale. Siamo in una situazione davvero difficile. Chi ci governa?”, ha affermato.

Al potere da circa 14 anni, Morales aveva costruito un potente stato che controllava il Tribunale Supremo Elettorale, i tribunali e altre entità mentre espandeva la sua influenza sui media. Ieri l’Organizzazione degli Stati americani, che era stata invitata dal Governo boliviano a supervisionare i risultati delle elezioni, ha affermato che il primo turno di votazioni, che si è tenuto tre settimane fa, avrebbe dovuto essere annullato e che una nuova elezione avrebbe dovuto essere indetta. L’ente internazionale con sede a Washington ha dichiarato che il suo audit ha rivelato “una chiara manipolazione” del sistema di voto.

Morales ha risposto ore dopo, dicendo che avrebbe permesso nuove elezioni per “ridurre la tensione”. Ma i suoi oppositori – in particolare Carlos Mesa, che è arrivato secondo alle consultazioni del 20 ottobre – hanno chiesto al presidente dimissionario di farsi da parte e di non partecipare.

Mesa, ex presidente e storico di 66 anni, che è stato uno degli otto oppositori al primo turno di votazioni, ha dichiarato ieri mattina che l’audit dell’Organizzazione degli Stati americani ha dimostrato che c’è stata una “truffa gigantesca”. Nel tardo pomeriggio Mesa ha elogiato quello che ha definito l’eroismo della “resistenza pacifica” sul suo account Twitter, scrivendo che “non dimenticherò mai questo giorno unico”. Mesa ha festeggiato le dimissioni di Morales marciando con i manifestanti per le strade di La Paz.

cos

 

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