ArcelorMittal salva la busta paga dei turnisti


La busta paga dei lavoratori turnisti di ArcelorMittal, ex Ilva, è salva. Una serie di “voci” continueranno ad essere corrisposte. ArcelorMittal ha infatti confermato a Fim, Fiom e Uilm nazionali l’applicazione dei trattamenti economici e normativi derivanti dalla contrattazione collettiva aziendale in vigore presso la società Ilva sin quando non saranno ridefiniti in un nuovo accordo.

Le sigle metalmeccaniche ne hanno preso atto e, di conseguenza, l’incontro sul tema specifico, calendarizzato per il 17 gennaio nella sede sindacale di corso Trieste a Roma, è stato revocato. Dietro la comunicazione dell’azienda, c’è però tutto un pressing esercitato verso ArcelorMittal che ha portato non solo al mantenimento del contratto di secondo livello ma anche a disinnescare un sicuro, nuovo conflitto. Perché se l’azienda avesse mantenuto la linea, ci sarebbe stato sciopero già dal 20 gennaio. Delle “voci” confermate in busta paga, la maggiorazione per i turnisti è quella più importante. Si tratta di un 30-40 per cento in più calcolato sulla paga base che però aumenta percentualmente quando il turno viene esplicato di notte, nelle domeniche e nei festivi. La maggiorazione, per esempio, sale per l’arco orario che va dalle 19 alle 7, cioè metà secondo turno (che scatta alle 15 e termina alle 23) e l’intero terzo (che si svolge dalle 23 alle 7).

Secondo calcoli sindacali, per un turnista l’impatto è tra i 250 e i 400 euro in più al mese. Dipende dai livelli di inquadramento. E questo incide anche sullo straordinario. Storicamente, i turnisti (che stanno h24 sugli impianti, dagli altiforni alle acciaierie) prendono più dei normalisti che non hanno queste maggiorazioni e lasciano il lavoro alle 16 o alle 17 (con ingresso alle 7 o alle 8). Visto l’impatto economico in gioco, ecco perché si è sfiorato il blocco della fabbrica. La questione stava rischiando di innescare una protesta dura, spiegano fonti sindacali, e c’è voluto l’intervento dei commissari straordinari Ilva, Ardito, Danovi e Lupo, del negoziatore incaricato dal Governo, nonché presidente Saipem, Francesco Caio, e del ministro Stefano Patuanelli (Mise) affinchè ArcelorMittal recedesse dalla sua posizione.

Il mancato pagamento sarebbe avvenuto a partire da febbraio riferito alla busta paga di gennaio e ArcelorMittal lo avrebbe comunicato formalmente alle organizzazioni metalmeccaniche al tavolo del 17 gennaio. In questi giorni, però, pur non essendoci alcun documento aziendale in proposito, erano circolate già una serie di indiscrezioni. Pare, secondo fonti sindacali, che commissari Ilva e Caio abbiano anche paventato l’interruzione del confronto in atto se l’azienda avesse mantenuto la sua posizione.

Giovedì 16 gennaio nuovo round tra ArcelorMittal e governo
Proprio giovedì 16 gennaio c’è un nuovo round. Confronto che va avanti tutti i giorni («a fatica, perché i problemi e le divergenze tra le parti ci sono» osservano i sindacati) con l’obiettivo di definire entro fine gennaio un’intesa più stringente sul rilancio del gruppo dopo il preaccordo del 20 dicembre a Milano. Rilancio basato su una produzione a regime di 8 milioni annui di tonnellate di acciaio, sulla partecipazione dello Stato accanto a Mittal, e su una newco, con presenza del pubblico, per la produzione del preridotto di ferro che servirà ad alimentare i nuovi altiforni elettrici, una novità impiantistica, questa, del futuro accordo. Certo, c’è anche il nodo esuberi da sciogliere e che si rivela abbastanza complicato perché i sindacati fanno muro e difendono l’intesa di settembre 2018 al Mise.

Giorni fa, chiedendo l’incontro all’azienda, i vertici di Fim, Fiom e Uilm hanno detto ad ArcelorMittal che gli istituti contrattuali di secondo livello andavano confermati in modo continuativo. «Non avrebbero potuto revocarli – spiegano i sindacati – perché discendono da un accordo del 1989 e una loro modifica può avvenire se c’è una nuova organizzazione del lavoro o l’avvento di una situazione che cambia l’attuale assetto della fabbrica. E né l’una né l’altra si sono verificate. I sindacati non avrebbero mai firmato alcun accordo del genere, nemmeno l’azienda avrebbe potuto procedere, e sarebbe immediatamente scattata l’impugnazione davanti al giudice del lavoro».