Borse, i primi market mover del 2020

Il 2020 delle borse entra nel vivo, con gli operatori finanziari pronti ad affrontare le nuove sfide. Replicare i guadagni dello scorso anno non sarà facile, visti i rialzi trasversali e a doppia cifra di azioni e obbligazioni, da quelli delle ruggenti società tecnologiche del Nasdaq (+35%) a quelli del granitico Bund tedesco (+5%) che con un rendimento negativo sembrava fuori gioco a priori.

È naturale che il nuovo anno non segni un taglio netto con i mesi precedenti, perché molte delle questioni che hanno condizionato la direzione dei listini sono ancora in evoluzione. Altre, invece, si sono già aggiunte in pochi giorni di contrattazione.

Guerra dei dazi, oltre la fase 1
Il vicepresidente cinese Liu He è atteso a Washington mercoledì 15 gennaio per firmare la fase 1 dell’intesa commerciale. Il Presidente Usa Donald Trump ha gettato il cuore (quello degli investitori, soprattutto) oltre l’ostacolo e ha parlato di avvio del dialogo per un secondo accordo. Wall Street non ha perso l’occasione per aggiornare i massimi storici, a dispetto dell’incertezza geopolitica. Tuttavia, siamo ancora lontani dall’archiviare la madre di tutte le preoccupazioni per i profitti delle aziende quotate. Certo, con la fase 1 la via è aperta, ma potrebbe essere lunga.

«Riteniamo – afferma Filippo Diodovich, Market strategist di Ig – che le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina rimarranno tali da impedire la firma di un contratto definitivo tra le parti. Difficilmente le tensioni commerciali si allenteranno nel 2020 e l’amministrazione Trump sarà molto attenta a valutare l’effettiva adempienza dei cinesi alle regole del contratto, soprattutto al rispetto dell’acquisto di 40 miliardi di dollari in beni agricoli. Questa condizione sarà fondamentale per promuovere la campagna elettorale delle presidente in carica, che corre per un secondo mandato».

Con un mercato del lavoro Usa a pieno regime da tempo (la disoccupazione è inferiore al 4% da 22 mesi), la delusione per i 145mila posti di lavoro creati in dicembre e comunicati venerdì scorso non ha scalfito la propensione al rischio. Il settore manifatturiero, quello più colpito dal calo degli scambi internazionali, è all’origine del rallentamento, pure dei salari, ma gli acquisti sulle azioni di S&P500 e Dow Jones Industrial sono proseguiti. Nulla che possa alterare la posizione della Federal Reserve, la banca centrale americana, che ora è soddisfatta del taglio dei tassi e si limita ad osservare come prosegue uno dei cicli di crescita più longevi della storia.

Punto sulla forza dell’economia Usa
La settimana è densa di indicatori macroeconomici a disposizione della Fed per tarare la politica economica. Tra i più significativi: martedì 14 l’inflazione di dicembre (consenso a +0,2% mensile rispetto a +0,3% in novembre); venerdì 17 la produzione industriale sempre di dicembre (stima a +0,2% mensile sul +1,1% in novembre) e la fiducia delle famiglie consumatrici misurata dall’Università del Michigan per gennaio (consenso a 99,2 punti da 99,3 di dicembre). Inoltre, l’autorità monetaria americana diffonde giovedì 16 l’indice anticipatore dell’attività produttiva nell’area di Philadelphia, che è molto operosa (consenso per gennaio a 3,8 da 2,4 precedente) e venerdì il suo rapporto periodico sull’economia (Beige Book).

«Nelle ultime settimane – spiega Ann-Katrin Petersen, Investment strategist di Allianz Global Investors – i mercati hanno scontato sempre più uno scenario di ripresa economica globale; in effetti i segnali di stabilizzazione sono aumentati, ma restiamo scettici sulla sostenibilità del trend. Il contesto rimane caratterizzato da numerosi fattori ciclici e strutturali negativi, tra cui la riduzione dei margini di profitto negli Usa, l’esaurimento degli strumenti di politica monetaria e l’elevato indebitamento in diverse aree geografiche».

In Europa inflazione e produzione industriale
Nell’area euro le borse sono state al traino degli umori di Wall Street, ma con meno slancio, a eccezione di Piazza Affari (+1,4% sul venerdì precedente) che ha approfittato della relativa tranquillità interna e della propensione al rischio che ha superato le tensioni geopolitiche.

Giovedì 16 la Banca centrale europea divulga i verbali dell’ultima riunione, passati al vaglio per capire meglio l’impostazione della politica monetaria nell’era della nuova presidente Christine Lagarde. Tra giovedì e venerdì, tra l’altro, sono in programma statistiche Ue in grado di orientare la Bce: la produzione industriale in novembre (-0,5% a ottobre) e l’inflazione di dicembre (+1,3% annuo a novembre). I prezzi al consumo sono dettagliati per i diversi paesi comunitari, tra cui la Germania e l’Italia (rispettivamente a +1,5% e a +0,5% il dato precedente). Per l’Italia ci sono altre due rilevazioni per novembre: le vendite al dettaglio (lunedì, +1% a ottobre) e la bilancia commerciale (venerdì, 2.095 miliardi il saldo precedente).

Spolverata sui BTp
Nelle prime sedute dell’anno i titoli del Tesoro italiano hanno ridotto il divario di rendimento (spread) con il Bund tedesco. Il tasso del BTp decennale, spinto dai prezzi, è calato di 10 centesimi fino all’1,3%, mentre quello del Bund si è lievemente alzato (intorno a -0,2%).

Il movimento è compatibile con la ricerca di un premio da parte degli investitori, spiazzati dalla corsa di pressoché tutte le attività finanziarie e a caccia di opportunità in un momento di bonaccia sul fronte politico tricolore.

I gestori, tuttavia, non sono così ottimisti sulle obbligazioni governative nel lungo termine: «Le speranze di una stabilizzazione della congiuntura nell’area euro – continua Petersen – e le attese di un nuovo modesto allentamento monetario, hanno comportato l’irripidimento della curva dei rendimenti delle obbligazioni governative tedesche. Nonostante il ripristino del programma di acquisto di asset della Bce, le obbligazioni della periferia europea sono ancora esposte all’aumento dei rischi politici, date le valutazioni poco interessanti. In particolare quelle italiane».

Questione iraniana in stand-by
Le ostilità tra Stati Uniti e Iran sembrano per ora cristallizzate. La Casa Bianca ha imposto nuove sanzioni a Teheran, ma ha rinunciato a dare il via a un’escalation di ritorsioni. La tensione geopolitica però non è dissolta e potrebbe riemergere più avanti, anche a seconda dell’esito delle presidenziali americane in novembre. A meno di nuove sorprese prima. Nel frattempo, però, gli equilibri si spostano: «Nonostante le tensioni politiche saranno elevate per tutto l’anno – conclude Diodovich – crediamo non si arrivi a un’escalation che possa far intervenite una grande potenza. Tuttavia, i Governi di Mosca e di Ankara potranno aumentare la propria influenza sul Medio Oriente e sul Nord Africa, sostituendosi a Francia, Stati Uniti e Europa».