Calcio, il Var è un termine maschile. Lo dice il presidente della Crusca

Var, diventato noto come acronimo di Video assistent referee, è un termine maschile: quindi si dice «il Var» e non «la Var».  Lo ha spiegato il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini intervenendo oggi a un seminario sul linguaggio del giornalismo sportivo, organizzato a Firenze da Ast, Accademia della Crusca e Rai con i direttori di Tuttosport e Corriere dello Sport-Stadio. All’appuntamento, spiega una nota, hanno partecipato cento giornalisti sportivi provenienti da tutta la Toscana e anche da altre regioni.i. Nel suo intervento Marazzini ha fatto un excursus storico sul rapporto e l’evoluzione fra lo sport e il linguaggio usato per rappresentarlo. «Il» Var, introdotto obbligatoriamente a partire dal campionato 2017-2018, è una tecnologia che permette di rivedere e valutare specifici casi di gioco. Le immagini sono a propria volta controllate da ufficiali di gara esterni al campo, chiamati ad assistere l’arbitro su situazioni dubbie (come nel caso di un gol contestato o di un’espulsione).

Nessuno è perfetto (neanche la tecnologia)
In teoria, lo strumento dovrebbe aumentare il grado di precisione delle scelte arbitrali. Dal suo debutto ad oggi, però, non sono mancate le contestazioni sull’efficacia della tecnologia – o il suo utilizzo nel vivo delle gare di gioco. In alcuni casi, ad esempio, ha fatto scalpore la scelta di non ricorrere all’assistente videoin situazioni contestate. «Se il Var non viene utilizzato, ci spiegate a cosa serve?» ha sbottato l’allenatore del Napoli Carlo Ancellotti, dopo l’espulsione del portiere Merete (senza l’assistenza della moviola). In altri, le società hanno criticato errori costati «danni notevoli» anche ai conti aziendali.

Leggi anche altri articoli di Economia o leggi originale


Questo contenuto è stato importato con un sistema automatizzato, senza intervento umano. È possibile segnalare la rimozione dei contenuti, leggendo prima le nostre Note Legali Disclaimer