Chi è Carlo Cottarelli, una vita tra Bankitalia Fmi e spending review

A suo modo Carlo Cottarelli un ruolo, e non certo secondario, lo ha avuto nel corso della campagna elettorale. Attraverso il suo Osservatorio sui conti pubblici ha fatto le pulci a tutti i programmi di spesa delle forze politiche, mettendo in correlazione le relative coperture. Ipotesi di spesa che in molti casi non sono risultate coperte da pari incrementi di entrata o da contestuali tagli. Sempre in campagna elettorale è stato evocato come possibile ministro sia dai Cinquestelle che dal centrodestra, più volte evocato per le coperture di programmi roboanti. Lui si è anche detto disponibile a eventuali incarichi di governo, ma nella precondizione che non si può generare crescita e occupazione attraverso l’aumento del debito. Un modo per prendere le distanze – da ultimo nel corso di un incontro organizzato a Milano dalla Adam Smith Society – anche dal contratto di governo M5S-Lega. La convocazione partita dal Quirinale al termine di una giornata in cui la crisi politica ha investito frontalmente la massima istituzione di garanzia del Paese prelude a un incarico per la formazione del governo, con un orizzonte temporale (soprattutto se non otterrà la fiducia dal Parlamento) limitato.

D i certo si può sostenere che, a differenza di Giuseppe Conte indicato da Lega e Cinque Stelle per Palazzo Chigi, Carlo Cottarelli è bene conosciuto a livello internazionale, in Europa e oltre Oceano. Dopo l’esordio nel 1981 nel Servizio Studi della Banca d’Italia, nel 1988 passa al Fmi con l’incarico di direttore degli Affari Fiscali. A Washington trascorre buona parte della sua esperienza professionale, con incarichi crescenti quali quello di capo della delegazione del Fmi in Ungheria, Turchia, Regno Unito e Italia.

Quando nel 2013 Enrico Letta lo chiama a Roma affidandogli l’incarico di commissario alla spending review ai giornalisti convocati in Via XX Settembre per la sua apparizione pubblica sorge spontanea la domanda: dottor Cottarelli, ma è proprio convinto della sua scelta, visto che i tagli alla spesa nel nostro paese non si riescono proprio a fare? Risposta: ho vissuto buona parte della mia vita professionale negli Stati Uniti, ora mi sembra giunto il momento di fare qualcosa in prima persona per il mio paese. Scelta tutt’altro che facile, se si considera che la sua famiglia aveva deciso di restare negli Stati Uniti. Si mette all’opera e comincia a setacciare la spesa pubblica in tutti i suoi meandri, con una premessa, più volte ribadita: la razionalizzazione della spesa pubblica in Italia è doverosa e possibile, ma i tecnici possono setacciare, proporre e indicare strade e possibili interventi. Ma è poi la politica che decide, è la politica che in alcuni casi deve assumersi l’onere anche dell’impopolarità se si vanno a toccare posizioni di rendita e privilegi consolidati nei decenni.

In realtà alcune delle sue proposte saranno oggetto di attenta analisi in sede politica, come quella di agire sul fronte delle agevolazioni fiscali e di intervenire per disboscare l’universo delle società partecipate, ma il cammino per una vera razionalizzazione della spesa resta incerto. La breve esperienza del governo Letta e il cambio della guardia a Palazzo Chigi con Matteo Renzi lasciano intendere fin dalle prime battute che la coabitazione con il nuovo capo del governo sarà tutt’altro che agevole. Le proposte a volte tranchant di Cottarelli non entusiasmano Renzi, attento prima di tutto al loro impatto in termini di consenso. Cottarelli chiude la sua esperienza come commissario alla spending review e su designazione dello stesso governo Renzi torna nel 2014 al Fmi in qualità di direttore esecutivo.

Nell’ottobre dello scorso anno, scaduto l’incarico, torna in Italia e a Milano fonda l’Osservatorio sui conti pubblici. Ora si appresta a tornare a palazzo Chigi, in una situazione politica senza precedenti. La sua linea è che il debito va ridotto e va mantenuto un congruo avanzo primario, puntando sulla crescita. Il tutto con un approccio certamente problematico rispetto alla linea di politica economica adottata dall’Europa negli anni del rigore, ma comunque fortemente ancorato all’euro e alla salvaguardia del bene primario della stabilità finanziaria.