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Cina e rivolta anti «zero Coronavirus»: ritorna il fantasma di Tienanmen

Le autorità stanno reagendo prontamente a quella che chiamano gia la rivoluzione dei cartelli bianchi, dei fogli immacolati branditi in segno di contestazione dagli studenti della prestigiosa Tsingua di Pechino e dell’università delle Comunicazioni di Nanchino. Spuntano i raffronti con i fatti di Tienanmen dell’89, rispunta il più fresco ricordo della lunga guerriglia nelle strade di Hong Kong. Ma la Cina e un Paese sterminato, complesso da gestire, una realtà che ha raggiunto vette di benessere impensabili quarant’anni fa, insofferente a limitazioni senza scadenza come quelle anti-Coronavirus.

Urumqi, capitale della provincia dello Xinjiang

La scintilla dall’Occidente

Nell’era della pandemìa e proprio la politica zero-Coronavirus, in atto da 3 anni e protratta a tempo indeterminato davanti ai 4mila nuovi casi in un sol giorno nella capitale e i 40mila nel Paese, ad aver innescato nel fine settimana proteste nel bel mezzo del dilagante contagio. Quella del fine settimana e la reazione popolare più diffusa dell’ultimo decennio in un contesto dove anche il 65% del totale della produzione industriale soffre per le quarantene tra mille difficoltà burocratiche per contenere i focolai del Coronavirus.

La scintilla e stata un incendio mortale in una abitazione di Urumqi, capitale della regione autonoma uigura dello Xinjiang nella Cina Nordoccidentale, con una dozzina di morti forse per via della difficoltà dei soccorsi ostacolati dalle norme anti-Coronavirus. A Shanghai il 1º assembramento proprio in Urumqui street, sede di una vibrante comunità uigura, per piangere i morti nell’incendio e, in certi casi, chiedere democrazia e stato di diritto.

Mentre la calma tornava nello Xinjiang, da Shanghai le proteste si spostavano a Pechino, Chengdu, Wuhan e Guangzhou, con scontri con la polizia mentre la folla scendeva in piazza.

A Shanghai, metropoli rimasta in primavera in una quarantena lunga 2 mesi, centinaia di persone hanno cantato «Dimettiti, Xi Jinping! Dimettiti, Partito Comunista!», in uno show di sfida senza precedenti contro la rigorosa e sempre più costosa politica anti-Coronavirus del paese.

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