Corea, Cina, Iran: la strategia della tensione di Trump non turba i mercati

Da quando sono scoppiate le tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord (nel febbraio 2017) fino al giorno in cui Donald Trump ha stretto la mano a Kim Jong-Un nell’isola di Sentosa (12 giugno 2018), Wall Street ha guadagnato il 20%. Nonostante le ripetute minacce, anche davanti all’Onu, di guerra. Da quando Trump ha varato i primi dazi su beni cinesi (22 marzo 2018) fino al giorno in cui Cina e Stati Uniti hanno annunciato una prima intesa (12 dicembre 2019), Wall Street ha corso allo stesso modo: +19,8%. E anche la crisi iraniana del 2020 non solo è stata digerita da Wall Street in pochi giorni, ma è stata seguita da nuovi record storici della Borsa americana. Sembra insomma che l’incertezza politica faccia paradossalmente bene alle Borse.

La strategia della tensione
Il presidente Usa Donald Trump ormai l’ha capito: tenere il mondo sulle spine, con una «strategia della tensione» continua che cambia bersaglio ma non modus operandi, non penalizza le Borse. Tutt’altro. E, allo stesso modo, anche le Borse l’hanno compreso: quella di Donald Trump è in fin dei conti una strategia negoziale, per quanto pittoresca, che è finalizzata a trovare accordi con nemici storici degli Stati Uniti. Così durante una presidenza che in tre anni ha aperto tre fronti geopolitici (prima con la Corea del Nord, poi con la Cina e ora con l’Iran), Wall Street non ha fatto altro che correre. Perché la Borsa sa che alla fine Trump non spezza mai la corda davvero, e Trump sa che Wall Street non cade mai davvero.

Il gioco delle aspettative
I motivi di questo paradosso sono tanti. Il primo, anche se non il più rilevante, è forse legato proprio alla strategia di Trump. «Immagina che un dottore ti mostri per sbaglio la radiografia di un altro paziente che ha il braccio fratturato – osserva un gestore -. Quando poi si accorge dell’errore e ti fa vedere la tua, dove il braccio è solo contuso, psicologicamente per te sarà un grande sollievo. E il dolore diminuirà». Questo, a suo avviso, è l’effetto che le continue tensioni geopolitiche di Trump fanno sui mercati: generano prima grandi timori (e volatilità nel breve) e poi un grande sollievo. I danni economici di questa strategia ci sono (basti pensare al calo del commercio globale dovuto alla guerra dei dazi tra Usa e Cina), ma psicologicamente sui mercati l’effetto pare essere quello opposto.

Il ruolo delle banche centrali
Ovviamente questo meccanismo funziona solo se ci sono altri sostegni. E le Borse (tutte) in questi anni ne hanno avuti tanti. Uno è stato determinante: la politica delle banche centrali. Lo dimostrano i fatti. Il 2018, quando la Fed alzava i tassi e la Bce annunciava la fine del quantitative easing, è stato l’unico anno nero sui mercati. Invece il 2019, quando le banche centrali hanno fatto marcia indietro, è stato l’anno dei record sui mercati. La grande liquidità iniettata dalle banche centrali e i tassi bassissimi sono insomma i grandi propulsori di un rally che sembra non avere fine. E nel 2020 il film potrebbe essere lo stesso: calcola Bank of America che solo nel primo semestre le banche centrali globali pomperanno sui mercati altri 600 miliardi di dollari.

Investitori e buy-back
Il rally è maturato anche con un altro paradosso: mentre le Borse salivano, i risparmiatori toglievano soldi dai fondi azionari. Nel 2019, secondo i dati di Citigroup, da quelli Usa sono usciti qualcosa come 100 miliardi di dollari. E nell’intero decennio, secondo Bank of America, i deflussi netti dai fondi azionari globali sono stati pari a 85 miliardi. Eppure le Borse sono salite. Com’è possibile? Perché mentre i risparmiatori uscivano dalle Borse, altri soggetti istituzionali entravano. A Wall Street la parte del leone l’hanno fatta le stesse aziende quotate, che nei tre anni di presidenza Trump hanno acquistato azioni proprie in Borsa per oltre 2mila miliardi. Forse aveva ragione Trump, quando nel giugno 2015 diceva: «Siamo in una bolla come non l’avete mai vista». Strano però: oggi non lo dice più…