Da Parmalat a Leonardo, il duello infinito Roma-Parigi

È una lunga storia fatta di vere amicizie e rapporti strettissimi, soprattutto culturali, che negli anni hanno dovuto fare i conti con crisi, scambi di accuse e una diffusa incompatibilità di carattere tra i due cugini d’Oltralpe. Senza scomodare più di tanto la competizione (che c’era e continua ad esserci) sulla sponda sud del Mediterraneo dallo “schiaffo di Tunisi” all’occupazione della Libia da parte dell’Italia nel 1911 fino alle bombe di Sarkozy contro Gheddafi quello tra Roma e Parigi è da sempre un rapporto altalenante nel quale più di ogni altra cosa si scontrano due diverse weltanschauung, due diverse concezioni del mondo, sia essa la politica, il rapporto tra economia e istituzioni, le capacità loro (e le incapacità nostre) di fare sistema e vendere al meglio i prodotti della filiera agroalimentare così come i prodotti dell’industria culturale. Differenti visioni che si scontrano proprio nei momenti di crisi dove emergono tutte le criticità del rapporto.

Francia è secondo mercato per noi: 10 miliardi di attivo
Eppure i dati dell’interscambio commerciale sembrano testimoniare l’interdipendenza fortissima che c’è tra le due economie. La Francia è il nostro secondo mercato di sbocco dopo la Germania: sono circa 80 i miliardi di euro di interscambio con 10 miliardi di sbilancio a nostro favore. Secondo Cassa depositi e prestiti l’export italiano in Francia è destinato a crescere ad un ritmo vicino al 3,3% annuo da qui al 2020 con centinaia di migliaia di posti di lavoro in aziende italiane che producono beni e servizi destinati ai clienti francesi. Se dovesse crescere nell’opinione pubblica francese un sentimento di rifiuto dei nostri prodotti questo si rifletterebbe negativamente su ordinativi e quindi sulla stessa occupazione. Questo vale anche per i consistenti investimenti francesi in Italia per circa 60 miliardi di euro (quelli italiani in Francia non arrivano a 25 miliardi). Un sempre più diffuso sentimento “anti-italiano” al quale non è indifferente la nostra posizione ambigua sulla Tav Torino-Lione mentre da parte italiana si lamenta l’atteggiamento su Fincantieri dopo che nel luglio 2017 fu deciso di nazionalizzare i cantieri Stx/Chantier de l’Atlantique, togliendo all’italiana Fincantieri la possibilità di ottenerne la maggioranza e cancellando di fatto un accordo Italia-Francia già preso dal precedente governo. Questione ormai risolta anche se con una coda affidata all’Antitrust europeo. Sgambetti non sono mancati neppure sul dossier libico quando nel giugno del 2018 Macron ha tenuto a Parigi una conferenza di pace sulla Libia senza invitare il governo italiano e poi chiedendo ad alcuni presidenti di paesi del Nordafrica di disertare la conferenza di Palermo sulla Libia organizzata dall’Italia.
Ma sempre un duello alla pari con sgambetti e polpette avvelenate senza travalicare quella misura che i due Paesi nel corso degli anni si erano dati come le corde di un ring immaginario dentro il quale combattere alla pari. Guerre commerciali non sono mai mancate dalle accuse di usare le svalutazioni competitive della vecchia lira per spingere le esportazioni di prodotti del made in Italy moda e calzature nel ’95 alle divergenze sul tipo di protezione da dare ai prodotti agricoli del Mediterraneo e le diverse strategie sul dossier dei sussidi agricoli in abito Wto. Ma nel 2018 con 50 milioni di ettolitri è passato dalla Francia all’Italia lo scettro di maggior produttore mondiale di vino e le bollicine italiane con una produzione di circa 700 milioni di bottiglie dominano i brindisi mondiali davanti allo champagne francese. L’Italia perde però la “guerra” dei formaggi perché salgono a 54 i formaggi a denominazione di origine protetta (Dop/Igp) francesi tutelati dall’Unione Europea mentre l’Italia è ferma a 52. Ma nel numero complessivo di prodotti a denominazione di origine registrati e tutelati a livello comunitario l’Italia può contare ben 297 denominazioni (dop/Igp) contro le 247 dei cugini d’Oltralpe.

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