Dagli aeroporti alle partite di calcio: ecco perché i mini-droni sono diventati una grande minaccia

Per capire perché i mini-droni sono diventati una grande minaccia, basterebbe partire da un dato: i 25milioni di dollari di danni stimati per la cancellazione di oltre 800 voli all’aeroporto di Gatwick. Dove, lo scorso 19 dicembre, il traffico aereo è stato interrotto per oltre 36 ore a causa dell’intrusione di un numero non precisato di velivoli a pilotaggio remoto di piccole dimensioni (i mini-droni appunto) penetrati all’interno del perimetro dello scalo inglese. A distanza di tre settimane, la stessa dinamica si è poi ripetuta all’aeroporto di Heathrow, dove l’avvistamento di un mini-drone ha portato a bloccare il traffico per un’ora. In entrambi i casi, l’intrusione ha messo in luce la sostanziale incapacità del dispositivo di sicurezza dell’aeroporto di fronteggiare questa nuova minaccia, ma soprattutto è rimasta avvolta nel mistero sia rispetto all’identità che agli obiettivi del o degli operatori dei droni.

Lo studio del Cesi
Insomma, i droni (tecnicamente Uav-Unmanned Aerial Vehicle che sta per veicolo aereo senza equipaggio) rappresentano una nuova frontiera per la sicurezza e richiedono strategie di contrasto molto specifiche. In una puntuale analisi del Cesi (il Centro Studi Internazionali), appena pubblicata, dal titolo “Droni civili contro obiettivi sensibili e infrastrutture critiche: una nuova tipologia di minaccia”, Paolo Crippa, esperto di strategia militare e industria della difesa, esamina tutti i profili di rischio associati a questi dispositivi partendo proprio dai due episodi avvenuti negli scali britannici. «Due case studies estremamente preziosi – scrive l’analista – non solo per la Gran Bretagna, dal momento che contengono lezioni fondamentali per l’adeguamento dei sistemi di sicurezza pubblica al continuo evolversi delle minacce».

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