Dai Centri per l’espulsione alla Diciotti, quando lo Stato è chiamato in giudizio dai migranti

È di ieri la notizia di un ricorso di 42 migranti eritrei al tribunale civile di Roma con richiesta di risarcimento (fino a 71mila euro complessivi) al governo italiano per la “permanenza forzata” per diversi giorni sulla nave Diciotti della Guardia Costiera prima dello sbarco a Catania lo scorso agosto. Il provvedimento è stato depositato al Tribunale civile di Roma. Contestualmente è stato presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Non sarebbe il primo caso di risarcimento pagato dal Viminale. «Esistono infatti dei precedenti in cui il tribunale di Roma ha condannato il Viminale per il trattenimento di migranti nei Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione, prima denominati Centri di Permanenza Temporanea – Cpt) senza consentire possibilità di difesa» ha spiegato l’avvocato Alessandro Ferrara cui è stato affidato l’incarico per il ricorso sulla Diciotti.

Il caso dei centri di identificazione e espulsione
I Cie sono strutture istituite per trattenere gli stranieri «sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera» nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile. «In base all’articolo 14 del testo unico dell’immigrazione – spiega Ferrara – per trattenere il migrante nei Cie serve un decreto che deve essere convalidato dal giudice di pace. La convalida ha una durata di 30 giorni. Se le esigenze identificative sussistono e non si riesce a espellere, è possibile prorogare il trattenimento. Ma fino a una sentenza della Cassazione del febbraio 2010, le proroghe erano meramente “cartolari”, ossia senza udienza e senza dare la possibilità al migrante di difendersi. Per noi ciò avveniva in violazione dell’articolo 13 della Costituzione («La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria»).

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