Def, sul debito l’incognita dei 18 miliardi di dismissioni

A complicare i lavori per il Def è la cifra chiave delle tabelle che il governo dovrà presentare al Parlamento: quella sull’andamento del debito pubblico. È lì l’effetto più immediato della caduta della crescita che nel tendenziale 2019 sarà dello 0,1% secondo i calcoli del Mef. Perché il castello costruito a dicembre puntava per quest’anno a tagliare dell’1% il peso del debito sul Pil, passando dal 131,7% al 130,7 per cento. Il primo colpo è arrivato dall’Istat, che ha certificato a fine 2018 un debito già risalito al 132,1 per cento. Ma è la linea da scrivere nei programmi ufficiali a rappresentare il dato più sensibile, prima di tutto per i mercati.

La gelata dell’economia abbassa il Pil reale ma anche l’inflazione, e quindi la crescita nominale. Intanto i tassi rimangono alti, anche se un po’ sotto i livelli degli ultimi mesi 2018. L’incrocio fra i due dati determina una spinta “automatica” verso l’alto del debito, che viaggia a un ritmo superiore rispetto al Pil nominale.
Non solo. La discesa di un punto messa in programma a fine anno dopo la sudata trattativa con Bruxelles poggiava su due presupposti: una crescita (tendenziale) dello 0,6%, tale da mantenere piatta la linea del debito, e un piano straordinario di privatizzazioni da 18 miliardi, a cui è stato affidato il compito di curvarla verso il basso. Lo 0,6% per quest’anno è ormai archiviato. E nel nuovo quadro il punto di Pil di privatizzazioni cambia ruolo: serve a evitare di far salire il debito, più che a farlo scendere.

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