Dopo mille giorni l’Irlanda del Nord ha un Governo


L’Irlanda del Nord ha un nuovo Governo e il Parlamento di Stormont, chiuso da tre anni, ha ripreso i lavori sabato 11 gennaio. Dopo oltre mille giorni di contrasti, accuse reciproche e tentativi di riconciliazione falliti, parte a Belfast un nuovo Esecutivo di coalizione con il sostegno di tutti e cinque i partiti – Democratic Unionist Party (Dup), Sinn Féin, Ulster Unionists, Sdlp e Alliance Party.

I deputati si sono riuniti a Stormont per eleggere un nuovo Speaker del Parlamento – Alex Maskey di Sinn Féin, il maggiore partito cattolico e nazionalista – e i nuovi membri del Governo.

Arlene Foster, leader del Dup, il maggiore partito protestante e filo-britannico, sarà primo ministro mentre Michelle O’Neill, vicepresidente di Sinn Féin, sarà vice primo ministro. I due ruoli sono equivalenti e, nonostante gli appellativi fuorvianti, le due leader hanno uguale potere. Il delicato ruolo di ministro della Giustizia è andato a Naomi Long, leader dell’Alliance Party.

«È un giorno storico», ha detto Simon Coveney, vicepremier e ministro degli Esteri irlandese, che ha lavorato per risolvere la lunga crisi a Belfast assieme a Julian Smith, il ministro britannico responsabile per l’Irlanda del Nord.

I due ministri, giovedì, avevano proposto ai partiti una bozza di accordo dal titolo «Nuovo decennio, nuovo accordo», che indicava soluzioni per superare i principali ostacoli nei rapporti tra Dup e Sinn Féin.

Nel gennaio 2017 il partito cattolico aveva abbandonato il Governo di coalizione per contrasti su un progetto di energia ambientale promosso dalla Foster, ma c’erano altre e più profonde ragioni per la rottura.

L’accordo proposto da Londra e Dublino punta a soddisfare le due richieste principali di Sinn Féin, senza provocare reazioni negative da parte del Dup: una maggiore tutela per la lingua irlandese, che verrà posta allo stesso livello della lingua inglese, e la rimozione del diritto di veto di un partito, che il Dup, secondo il movimento cattolico, aveva usato in modo eccessivo e indebito per bloccare leggi e riforme.

«È un grande passo avanti per la gente dell’Irlanda del Nord. Ristabilirà la fiducia in un Governo autonomo stabile e porterà le necessarie riforme dei servizi pubblici», ha commentato il premier britannico Boris Johnson.

Per forzare la mano ai partiti, Londra e Dublino avevano posto una scadenza di lunedì 13 gennaio per trovare un accordo e formare un nuovo Governo. Londra aveva anche promesso un miliardo di sterline di finanziamenti aggiuntivi per l’Irlanda del Nord per rinnovare le infrastrutture, migliorare il servizio sanitario pubblico in grave crisi e rafforzare la sicurezza con l’assunzione di centinaia di poliziotti. La svolta è stata possibile non solo grazie alla “carota” offerta da Londra e all’abile compromesso di Coveney e Smith, ma anche grazie alla mutata situazione politica a Westminster. Ora che Johnson, dopo le elezioni del dicembre scorso, ha conquistato la maggioranza assoluta in Parlamento, il Governo britannico non ha più bisogno del sostegno del Dup, che ha perso potere e forza negoziale.

Theresa May, predecessore di Johnson, non aveva la maggioranza a Westminster e quindi era stata costretta a contare sui dieci deputati del Dup per poter governare. Il partito unionista aveva quindi goduto di un’influenza superiore al suo peso politico e non aveva alcun interesse a scendere a compromessi con i rivali storici di Sinn Féin. Ora la Foster ha fatto i conti con la realtà e ha deciso di scendere a più miti consigli.