Foggia, 300 associazioni in marcia contro mafia e racket


«La lotta alla mafia è una battaglia di civiltà e di legalità che non possiamo lasciare sulle spalle delle forze di polizia e della Magistratura. Non ci riempiamo la bocca. La mafia delle parole è la più pericolosa. Sono 165 anni che parliamo di mafia». Don Luigi Ciotti, leader di “Libera”, sferza Foggia nel giorno in cui 8-10mila persone scendono in strada per una marcia di protesta. Il corteo parte da viale Candelaro, dove il 2 gennaio c’è stato il primo omicidio dell’anno. Ci sono tantissimi cittadini, studenti, familiari delle vittime, rappresentanti del sindacato, delle imprese, delle istituzioni, della Chiesa. «Se siamo in tanti è perché si è costruito un noi» afferma don Ciotti. «La paura è umana ma combattiamola con il coraggio» recita uno dei tanti striscioni portati in corteo. Spiccano numerose bandiere, la mobilitazione è robusta. È la risposta di un territorio ad un avvio di anno già segnato da intimidazioni, attentati e da un omicidio. “Libera” parla di 391 adesioni arrivate. «Disinnescare la miccia della paura, della delega, della rassegnazione, dell’indifferenza» ammonisce don Ciotti. «La lotta alle mafie non deve avere bandiere nè colori politici. È una lotta che deve vederci tutti uniti nella stessa direzione a difesa di libertà, legalità e giustizia» scrive su Twitter, a poche ore dalla manifestazione, il premier Giuseppe Conte.

Quella vissuta da Foggia è una recrudescenza che spaventa perché interpretata come un nuovo attacco della criminalità organizzata dopo la risposta dello Stato. Il fenomeno non è nuovo, dichiara a “24Mattino” di Radio24 il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Bari, Francesco Giannella. «È presente da decenni, ma pochi lo conoscono. Non se ne è molto parlato, ma ora è all’attenzione di tutti – spiega il magistrato -. È una criminalità organizzata che unisce tradizione e modernità. Tradizione che mette le radici nella ferocia e nel familismo e nella modernità della sua capacità di penetrare il tessuto economico ed anche di assumere il controllo di alcune attività economiche». Il punto essenziale, sottolinea Giannella, «è il familismo. Cioè non ci sono affiliazioni come accade in quasi tutte le altre organizzazioni criminali. La conseguenza di questa caratteristica è che si tratta di legami inscindibili, di organizzazioni che non hanno quasi mai collaboratori di giustizia. Non c’è il fenomeno del pentitismo o è molto, molto raro, per cui è difficile per gli investigatori ricostruire l’organigramma delle organizzazioni perché non ci sono investiture formali o battesimi». Sugli episodi di inizio 2020 la Dda sta indagando per capire se sono riconducibili alla mafia o ad altre matrici. Tuttavia resta il fatto, rileva Giannella, «che ad oggi non c’è molta collaborazione o è abbastanza poca. È un fatto storico. Un po’ giustificato dal fatto che per decenni lo Stato in questo territorio è stato poco presente e la gente non ha acquisito fiducia nelle istituzioni». Ecco perché don Ciotti insiste nel chiedere «corresponsabilità». «Serve – dichiara – una risposta di civiltà fatta di scuola, lavoro, servizi sociali, cultura. Se non si affronta questo nodo, continueremo ad attendere un cambiamento. Invece dobbiamo scoprire le nostre coscienze. Facciamo la nostra parte di cittadinanza con serietà». «Lavoriamo con le istituzioni» chiede don Ciotti. E precisa: «Se non fanno le cose giuste, dobbiamo fare da pungolo alla lotta alla mafia, alla corruzione, all’illegalità. Mafia e corruzione sono agenti di morte. Non bisogna tirarsi indietro, nè permettere atteggiamenti ambigui e di neutralità. La politica se non promuove il bene comune tradisce la sua essenza». «Foggia non lasciarti rubare la speranza, non lasciare spazio a gruppi di potere mafiosi e paramafiosi, spezziamo un silenzio connivente e colpevole» invoca l’arcivescovo Vincenzo Pelvi. «Lo Stato sta reagendo ma questo non basta, bisogna stare vicino a chi denuncia e chi sa, deve parlare» sottolinea il governatore Michele Emiliano. «Dobbiamo avere finalmente la forza e il coraggio di riprenderci questo territorio, riprenderci casa nostra. La mafia fa tanta paura ma bisogna andare avanti, non bisogna abbassare la testa, perché altrimenti a questa paura se ne aggiungeranno delle altre» sostiene Arcangela Luciani, moglie di Luigi, uno degli agricoltori uccisi per sbaglio nell’agguato sul Gargano nell’agosto del 2017 contro il boss Mario Luciano Romito e il suo autista. «La mafia non è solo un problema di Foggia, non c’è regione che possa dirsi esente, ma qui si vive e si sente uno spirito nuovo» conclude don Ciotti.