Francia, contro la riforma delle pensioni lo sciopero più lungo dal ’68

È ormai lo sciopero più lungo da 1968: 36 giorni consecutivi per i lavoratori del settore pubblico, la stessa durata delle proteste a scacchiera della Sncf, le ferrovie francesi, di aprile-giugno 2018. Ieri la riforma delle pensioni di Macron ha anche portato i lavoratori francesi in piazza, per la quarta volta dal 5 dicembre, tra tensioni, scontri e qualche interruzione “selvaggia” della fornitura di elettricità.

L’astensione dal lavoro è quindi ormai andata decisamente oltre lo sciopero di 22 giorni che segnò la fine, nel 1995, della riforma delle pensioni di Alain Juppé (il quale però introdusse alcune delle misure proposte attraverso decreti delegati, le ordonnances).

La partecipazione, giovedì 9, non è stata in realtà massiccia: sono scese in piazza 1,2 milioni di persone, molte meno del milione e mezzo del 5 dicembre, la soglia che i sindacati intendevano superare. Ferrovie e Ratp – le linee metropolitane di Parigi – funzionano ancora a ritmi molto ridotti, ma si stima solo un 32,9% di partecipazione nella Sncf (con un 66% dei macchinisti, in calo dall’85,7% di inizio dicembre) e un 16% nelle scuole (con i sindacati che rivendicano un 40-50%). Molto teatrale la protesta degli avvocati, anch’essi in sciopero, che hanno gettato per terra le loro toghe nei tribunali.

Il nodo politico è però un altro: due sondaggi pubblicati tra il 5 e il 6 gennaio rivelano che le proteste sono sostenute dal 53-60% dei francesi e bocciate dal 32-38%. Sono numeri che fanno della vicenda una sfida politica cruciale. Anche perché le trattative sono in corso da due anni e il fronte sindacale, con la Cfdt – l’organizzazione con più iscritti – favorevole in via di principio al nuovo sistema più egualitario a favore delle categorie più deboli, si è ricompattato.

Anche la Confédération française démocratique du travail partecipa ormai alle astensioni dal lavoro per protestare contro l’introduzione a partire dal 2027 di un’età pivot, di equilibrio, a 64 anni – più alta dell’età minima, confermata a 62 anni – che permetterebbe di evitare decurtazioni delle pensioni.
Solo un passo indietro potrebbe forse, di nuovo, dividere i sindacati, ma verrebbe meno uno dei principali obiettivi della riforma, quello di incentivare carriere più lunghe, in modo da contenere l’aumento del rapporto tra pensionati e attivi destinato a crescere per l’avversa demografia del paese.

Emerge quindi con chiarezza l’errore chiave del governo Philippe, messo ben in evidenza da Michel Sapin, ex ministro socialista delle finanze sotto le presidenze di François Mitterrand e François Hollande: «Il grande errore – ha detto ieri in un’intervista a France 2 – è stato quello di aver mescolato due questioni che sono legittime: il finanziamento del sistema e il dibattito su un regime più universale. Mescolarli è stato un pasticcio».

Emmanuel Macron ha invece scelto di puntare tutto su una riforma complessiva del settore. Ha cercato probabilmente di concedere una maggiore eguaglianza, attraverso l’unificazione dei 42 regimi diversi previdenziali (con il 97% dei francesi che partecipa ad almeno due sistemi), e di riequilibrare nello stesso tempo un sistema che fa ampio ricorso alle entrate fiscali per finanziare alcune delle casse speciali, come quelle della Scnf, della Ratp e del settore elettrico.

In passato riforme più mirate hanno però incontrato minori resistenze. Se si esclude la riforma Juppé, che a sua volta era un’estensione dell’ampia revisione voluta da Balladur nel ’92, il regime previdenziale è stato rivisto in Francia nel 2003 – con una riduzione delle pensioni e incentivi all’allungamento delle carriere – e nel 2010, con un aumento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni. In entrambi i casi l’opposizione dei sindacati, per quanto incisiva, non è stata insuperabile.

Oggi pesa anche il rifiuto del governo di fornire proiezioni sugli effetti della riforma. La motivazione ufficiale poggia sul fatto che non sono ancora stati concordati alcuni parametri fondamentali, affidati alla contrattazione con le parti sociali; ma l’argomento sembra avere una buona presa sull’opinione pubblica.

La situazione è in rapida evoluzione: la stessa maggioranza di deputati macroniani ora spinge perché il governo faccia concessioni. L’età pivot sembra quindi essere diventata “sacrificabile”, ma il primo ministro ha chiaramente detto di voler assicurare – con altri strumenti, si può immaginare – l’equilibrio futuro del sistema.

I tempi intanto stringono: entro il 24 gennaio il governo dovrebbe presentare il disegno di legge all’Assemblée Nationale per l’approvazione entro l’estate.