Il Ddl sul referendum propositivo sfida 20 anni di flop delle leggi popolari

Un fallimento. Le leggi di iniziativa popolare, strumento pensato dai padri costituenti per coinvolgere i cittadini nella vita politica, quasi sempre restano dimenticate nei cassetti delle commissioni parlamentari. Un destino che ha contrassegnato più della metà delle proposte presentate nella seconda repubblica: dal 1996 al 2018 su 156 testi più della metà (88) non ha neanche iniziato l’iter e solo 5 sono diventati legge. In questa prima parte della XVIII legislatura hanno avuto un destino non differente: dei 24 testi presentati, solo 6 hanno iniziato il loro esame in commissione. Nessuna è diventata legge.

Le modifiche approvate alla Camera in prima lettura
Un trend che tenta di invertire il disegno di legge sul referendum propositivo, che ha avuto il primo sì dalla camera il 21 febbraio. Il testo, infatti, prevede norme specifiche per le proposte di legge popolari: raccogliendo 500mila firme, una legge di iniziativa popolare deve essere approvata dal Parlamento entro 18 mesi. Se le Camere la modificano il comitato promotore può dichiararsi soddisfatto e in tal caso la legge è promulgata, mentre in caso contrario si va a referendum, così come nel caso in cui il Parlamento non approvi la legge. Mentre il ddl originario non prevedeva quorum, il testo licenziato dalla Camera ha recepito un emendamento del Pd, in base al quale il referendum sarà valido se i sì superano il 25% degli aventi diritto, cioè 12,5 milioni di voti.

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