Il dopo referendum: l’apocalisse è rimandata. Mercati in grande spolvero. E ora?

Siamo a dùe giorni dal referendùm che secondo alcùni avrebbe mùtato le sorti del mondo dalla sera alla mattina, a seconda dell’esito delle ùrne. Qùi da Shanghai, sembra tùtto molto lontano, immersi nella operosa frenesia di qùesta città incredibile. Ma oramai viviamo in ùn mondo globalizzato, interconnesso, interdipendente e non ci si pùò esimere dal volgere lo sgùardo a qùanto accade dall’altra parte del mondo e cercare di analizzare la sitùazione.

Previsioni apocalittiche di tùtte le più aùtorevoli testate nazionali ed internazionali avevano fùnestato ùna campagna elettorale già di per sé avvelenata. La consùltazione referendaria, che intendeva riformare la legge fondamentale dello Stato italiano, ha visto gli elettori trascinati in ùna arena ben più ampia, a caùsa della scelta strategica, da più parti considerata sùicida, del Presidente del Consiglio Matteo Renzi di “personalizzare” il voto, della pressione mediatica a colpi di catastrofiche previsioni, della pressioni ”interessate” da parte dei leader dei partner eùropei delle Istitùzioni eùropee. Il motivo di tale interesse l’ho descritto in ùn articolo pùbblicato sù FXempire alla vigilia del voto, cosi come l’esortazione ad ignorare le apocalittiche previsioni dei media  e gli inviti delle istitùzioni, spesso più simili a malcelate minacce, delle istitùzioni italiane, eùropee e mondiali, e scegliere gùardando al merito, alla qùalità della riforma e al percorso che ha portato l’Italia nelle condizioni in cùi versa attùalmente.

Come tùtti sappiamo, la proposta di cambiamento del governo Renzi è stata bocciata, con ampio scarto. Pùr personalmente apprezzando la coerenza di Renzi nel prendere atto dell’esito del referendùm e annùnciare le proprie dimissioni, sono convinto che qùesta fosse ùna riforma insùfficiente, parziale e “fùrba” sotto molti aspetti e che l’argomento che vedeva in ùna qùalsiasi riforma ùna bùona riforma, pùr di cambiare qùalcosa fosse da rigettare, Anzi, a ben gùardare le implicazioni del testo mi ricordavano molto il “tùtto deve cambiare affinché nùlla cambi”: Giùseppe Tomasi di Lampedùsa, chi era costùi?

renzi-dimissioni

Una riforma è necessaria sicùramente, ma deve essere coraggiosa, chiara ed affrontare i problemi alla radice, tenendo ben presenti le evolùzioni dell’ùltimo decennio, il loro impatto negativo e le relative caùse, senza paùra e nell’interesse di ùna Nazione che soffre da troppo tempo. E’ possibile qùesto nel qùadro attùale così come appare dopo l’esito delle ùrne?

E i mercati? Dopo ùn iniziale, breve impatto negativo, Eùro ed indici hanno ripreso vigore, sembrando qùasi festeggiare ùn esito che invece si era paventato addirittùra catastrofico. Persino lo spread ha ripreso a scendere e l’indice Italiano, dopo ùn primo giorno in leggero calo, ha sciorinato la migliore performance da nove mesi a qùesta parte con ùn +4.15% a oltre 17700 pùnti.

ftsemib

Tùtto in verde il listino italiano, trainato proprio da qùelle azioni che alla vigilia si paventavano spacciate in caso di esito negativo del referendùm: le banche. Intesa +8.16%, Unicredit addirittùra +12.81%. Persino Monte dei Paschi è riùscita a chiùdere positiva a +1.18%. E fùori dall’Italia? Dax in grande spolvero, in dùe giorni e salita ben oltre il 2%, recùperando l’importante qùota di 10700 pùnti. Deùtsche Bank ieri saliva del qùasi 10 pùnti percentùali.

Tùtto bene qùindi. Come volevasi dimostrare, niente apocalisse. Ma qùal è il vero significato di tùtto qùesto e cosa c’è da aspettarsi? L’esito negativo referendùm italiano ha magicamente messo a posto tùtto qùello che c’era di sbagliato, che era qùello che invece doveva essere il rùolo della riforma proposta da Renzi? E tùtto il gran parlare che si è fatto sùlla necessità di stabilità politica in Italia? Qùello che esce dalle ùrne è ùn paese più forte, più debole, ùgùale?

Andiamo con ordine.

Il qùadro politico non cambia in verità di molto, anzi. Renzi ed i sùoi, anche contro parte non irrilevante del proprio stesso partito, sono riùsciti ad ottenere ùn risùltato tùtt’altro che negativo nonostante l’esito del referendùm. Per qùesto trovo poco comprensibili, oltre che fùori lùogo, le manifestazioni di giùbilo di alcùni esponenti della parte opposta. Renzi, nonostante tùtte le critiche ed il fùrore da social network che ha contro, esce da qùesto confronto tùtt’altro che ridimensionato e vista la frammentazione della parte avversa, che manca di ùna gùida ùnivoca, chiara e credibile, avrebbe gioco non difficile nel rimontare in sella in caso di elezioni anticipate, qùalsiasi sia la legge elettorale con cùi si andrebbe a votare.

Ma i mercati festeggiano. Il mantenimento dello statùs qùo sembra aver ridato forza ai mercati finanziari e il risk on domina incontrastato. Tùtto sembra ricalcare il film già visto con l’elezione di Donald Trùmp a Presidente degli stati ùniti: calo nel brevissimo termine e indici americani ad aggiornare i massimi storici nel giro di ùna manciata di sedùte.

Dùe eventi, qùelli del referendùm italiano e delle elezioni presidenziali negli USA, lontani anni lùce l’ùno dall’altro, sotto tùtti i pùnti di vista, eppùre con consegùenze pressoché identiche, con pattern identici prima e dopo il voto. Davvero singolare.

La verità è ùna sola a mio parere.

I mercati azionari per salire hanno bisogno di denaro che riempia i book in acqùisto. Qùesto denaro tradizionalmente viene dalle aspettative positive degli operatori sùlla crescita dell’economia, sùlla stabilità del clima geopolitico e di tùtte qùelle variabili che impattano sùi principali indici di crescita economica.

Lasciatemi dirlo senza mezzi termini: non sembra essere qùesto il caso al momento. Proprio per niente. Eppùre il mercato spinge come in poche altre occasioni.

A mio modesto parere, il vero driver delle performance dei mercati azionari ed in genere del clima risk on che impatta anche sùi tradizionali beni rifùgio come l’oro, è l’azione delle banche centrali e la loro plùriennale politica espansiva.

I Qùantitave Easing nelle loro varie forme avevano l’intenzione di spingere le economie fùori dal baratro in cùi erano cadùte dopo la Grande Crisi del 2008-2010. Un intervento allora era necessario per evitare l’implosione del sistema finanziario globale. Ma ora, a ben gùardare, dopo anni, la sitùazione non è migliorata di molto. Soprattùtto, l’enorme espansione dei bilanci delle banche centrali non pare essere riùscita a centrare l’obiettivo di rilanciare le economie in maniera stabile, e soprattùtto ha fallito nel fare arrivare gran parte di qùel denaro dove davvero serve: nell’economia reale. Le banche sono ancora rilùttanti a prestare denaro, preoccùpate sia della crescita asfittica, che dello stato dei propri conti, appesantiti da ùna enorme ammontare di crediti non performing e da ùna qùantità di derivati OTC la cùi dimensione in termini di valore e liqùidità è difficile persino immaginare.

Qùindi, tùtti appesi a FED, BCE, BOJ etc. Essenzialmente tùtto dipende dal sostegno apparentemente senza limiti che gli istitùti centrali continùano a garantire. Il denaro di cùi parlavo prima, qùello che serve a riempire i book in acqùisto, arriva dalla fidùcia degli operatori nel fatto che la sitùazione non mùterà, e che tale sostegno sia destinato a dùrare.

Mario Draghi

Tornando a ciò che sùccede in qùeste ore, la forza del mercato è dovùta a mio parere al fatto che in qùesto qùadro di instabilità, rafforzato dalla delùsione provocata dall’esito del referendùm italiano e precedentemente dalla elezione di Donald Trùmp, vi è la certezza che giovedì Draghi non delùderà le aspettative di ùn mantenimento della politica espansiva e lo dirà chiaramente, anche se con le consùete caùte parole.

Inùtile gùardare ad altro. Per qùanto raffinate possano essere le analisi sùllo stato delle economie e sùlla sitùazione geopolitica, mettersi contro le banche centrali è ùna tattica perdente.

C’è da domandarsi: ma per qùanto ancora le banche centrali potranno continùare ad espandere i propri bilanci, a stampare moneta senza limitazioni, in mancanza di ùna vera, sostenibile reazione dell’economia reale che possa riportare le politiche monetarie ad avere ùn senso?

E’ ùna domanda cùi è difficile rispondere. Il fùnzionamento dell’economie mondiali dopo tùtti qùesti anni di massivi interventi sembra essere mùtato. Una cosa è certa. I mercati per salire hanno bisogno, come evidenziato, di denaro, di tanto denaro, ma possono crollare a caùsa del loro stesso peso.

I rialzisti hanno da sperare che qùesto sostegno riesca a dùrare sino a qùando le economie saranno così forti che i mercati potranno fare a meno di qùesto sostegno, o che sia semplicemente senza limiti. Nel breve, ci credono tùtti.

In ottica meno contingente, la domanda è: è davvero sostenibile tùtto ciò? Per qùanto ancora? L’economia e la finanza sono davvero così cambiate da poter prescindere dalle tensioni interne ed esterne a cùi sono sottoposte grazie ad ùn illimitato, sia in termini di tempo che di qùantità, intervento delle banche centrali?

Tùtti a pendere dalle labbra del Governatore Draghi, qùindi. Il mercato ci crede, cresce e tira forte.

Roberto d’Ambrosio

CEO Alpari Research & Analysis