Il Papa e i timori della Chiesa per un bagno di sangue in Venezuela

I vescovi del Venezuela pregano per una rapida caduta di Nicolas Maduro e una pacificazione nazionale guidata da Juan Guaidò, che ieri è andato alla messa e fatto la comunione davanti alle telecamere. Ma il Papa argentino non scende in campo, medita le parole, oggi, nel volo di ritorno da Panama, come ieri, quando ha sollecitato una soluzione giusta e pacifica nel rispetto dei diritti umani. Ma soprattutto teme che tutto degeneri in un bagno di sangue, che già sta scorrendo sulle strade del tribolato paese. «Io appoggio tutto il popolo venezuelano, che sta soffrendo. Se mi mettessi a dire “date retta a questi Paesi o a quegli altri”, mi metterei in un ruolo che non conosco. Sarebbe una imprudenza pastorale da parte mia e farei danni» ha detto oggi in volo ai giornalisti presenti sul volo papale che lo ha riportato a Roma. Per lungo tempo la Santa Sede ha lavorato dietro le quinte (ma anche allo scoperto) per una mediazione tra il governo post-chavista e l’opposizione, senza successo. «Mettersi d’accordo, non ci si riesce? Mi fa paura lo spargimento di sangue. E per questo chiedo di essere grandi a coloro che possono aiutare a risolvere il problema. Il problema della violenza mi atterrisce. Devo essere un pastore. E se hanno bisogno di aiuto, che si mettano d’accordo e lo chiedano». Le parole di Francesco fanno trasparire la sofferenza di non voler apparire di parte: lo ha fatto in Colombia e a Cuba. E lo sta facendo nella disputa tra Cile e Bolivia sull’accesso al Pacificio. A lui Maduro certamente non piace, ma gli piacciono ancora meno i leader che lo vogliono abbattere, come Trump, il brasiliano Bolsonaro e l’argentino Macri. Il tema quindi è il peso di Bergoglio negli equilibri latino-americano, dove i caudillos sono in ritirata ma avanza un modello che ricalca qua e là le derive autoritarie e populiste di 30-40 anni fa. Per questo motivo lui non va in visita in Argentina, pur avendo praticamente visitato quasi tutta l’America Latina: una sua presenza nel paese avrebbe un tale impatto che qualsiasi parola, gesto o incontro assumerebbe un significato oltre le intenzioni. Da qui la grande prudenza sul dossier venezuelano, che vede Oltretevere molti esperti, dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, che è stato nunzio a Caracas, o del Sostituto Pena Parra, venezuelano.

Accogliere e integrare i migranti. Governanti siano prudenti
L’altro tema forte che affronta Francesco è quello dei migranti, e in particolare delle vicende italiane, dalla nave Sea Watch alla chiusura di Castelnuovo di Porto, che lui ha visitato un venerdì santo. «Il problema dei migranti è un problema molto complesso, un problema che ci vuole memoria, domandarsi se la mia patria è stata fatta da migranti. Noi argentini siamo tutti migranti, gli Stati Uniti sono tutti migranti». E torna su un concetto netto nella sua pastorale: «Il governante deve usare la prudenza perché la prudenza è la virtù del governante. È un’equazione difficile. A me viene in mente l’esempio svedese che negli anni ’70 con le dittature dell’America Latina ha ricevuto tanti e tutti integrati. Anche vedo cosa fa Sant’Egidio: integra subito. Ma gli svedesi l’anno scorso hanno detto fermatevi un po’ perché non possiamo finire il percorso e questa è la prudenza del governante». Insomma: accogliere nella misura in cui si riesce a gestire i flussi e a integrare. Di nuovo un riconoscimento all’Italia: «È un problema di carità, di amore, di solidarietà e io ribadisco che le nazioni più generose nel ricevere sono state l’Italia e la Grecia, anche un po’ la Turchia. Ma la Grecia è stata generosissima e l’Italia tanto. Ma è vero che si deve pensare realisticamente».

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