In un verdetto il futuro dell’Ilva e di 11.000 operai


ROMA – Ore decisive per l’Ilva. Il tribunale del Riesame di Taranto deposita oggi la decisione sul ricorso dei commissari del siderurgico, che chiedono una proroga per i lavori nell’Altoforno 2 del quale il tribunale aveva disposto, nelle scorse settimane, lo spegnimento. Afo 2 ha bisogno di interventi dopo il sequestro disposto dalla Procura per l’incidente che costò la vita all’operaio Alessandro Morricella nell’estate del 2015. Sequestro che, comunque, prevedeva la facoltà d’uso proprio a fronte dell’impegno alla realizzazione dei lavori di messa in sicurezza dell’attività degli operai : nello specifico, un sistema di automatizzazione per controllare la temperatura della colata. Morricella morì, infatti, mentre svolgeva quell’operazione.

In questi anni gli interventi non sono stati realizzati. Non toccavano ad ArcelorMittal ma ai commissari, e non si tratta di un dettaglio visto che intorno all’Afo 2 si gioca la partita giudiziaria sul futuro di Ilva. Senza la disponibilità dell’altoforno, ArcelorMittal avrebbe gioco facile a far valere davanti ai giudici di Milano (dove si sta discutendo la richiesta di recesso dal contratto) la presunta inadempienza da parte dei commissari, che non consente all’azienda di attuare il piano industriale previsto. I commissari, di contro, si sono giustificati sostenendo che i tempi indicati inizialmente non erano tecnicamente sostenibili, impegnandosi a chiudere i lavori nel giro di otto mesi. Assicurazione che ha convinto, appunto, la Procura (e il custode giudiziario) , ma non il gip Francesco Maccagnano irremovibile sullo spegnimento immediato.

Lo stop dell’Afo2 avrebbe effetti immediati e pesanti sui lavoratori, visto che ArcelorMittal ha già annunciato che a fronte dello spegnimento (le operazioni in realtà sono già state avviate e quelle irreversibili scatterebbero tra 48 ore) manderebbe in cassa integrazione straordinaria 3.500 operai, compresi i 1.273 attualmente in cassa ordinaria ripartita il 30 dicembre senza accordo sindacale. I lavoratori complessivi del gruppo sono 10.700, di cui 8.277 solo a Taranto, ai quali si aggiungono i circa 1900 rimasti in carico all’amministrazione straordinaria e che, secondo gli accordi iniziali, in prospettiva dovrebbero rientrare in fabbrica.
Inevitabile anche il riflesso sulla trattativa in corso tra governo e la multinazionale per il futuro dell’azienda: è vero, infatti, che sia il piano governativo che quello di ArcelorMittal prevedono la rinuncia all’Afo2 (in entrambi i casi gli altoforni attivi sarebbero il 5 – ristrutturato – e il 4, mentre l’1 e il 2 lascerebbero il posto ai forni elettrici), ma la realizzazione del mix di ciclo integrale e di “preridotto” (il minerale lavorato che alimenta i forni elettrici) necessita di tempi non brevi. Dunque lo stop all’Afo2 suonerebbe come un de profundis per l’intero stabilimento.

Proprio l’Afo 2 può considerarsi il simbolo della crisi della ex Ilva, e non solo perché è lì che ha perso la vita Morricella (ed è di due giorni fa l’ennesimo incidente a Taranto, nel reparto finitura nastri, per fortuna senza conseguenze per i lavoratori). L’altoforno è stato al centro di ogni passaggio della storia recente dell’impianto, un paradosso visto che, attivo ormai da tredici anni, viene considerato al termine della sua “vita tecnica utile”. Già nella relazione prodotta dagli esperti nel 2017 per i commissari dell’Ilva (e diffusa allora da vari organi di stampa), si indicava la fine del 2018 come termine massimo della vita residua dell’altoforno segnalando dunque la necessità di interventi di rifacitura. L’Afo 2, invece, è rimasto attivo fino ad oggi semplicemente alternandone l’utilizzo con quello degli altri due altoforni, un escamotage che da un lato ne ha allungato la vita ma, dall’altro, ha inevitabilmente ridotto la produzione complessiva di Taranto. Considerando che per convenzione si calcolano 1000 operai ogni milione di tonnellata di ghisa e che attualmente la ex Ilva, sia per problemi tecnici che per questioni di mercato, ne produce poco più di 4 milioni (contro i 6 previsti), ecco spiegato il problema degli esuberi.