La democrazia (etero) diretta dei 5 Stelle

Che cosa non si fa per tirare a campare. In effetti, Luigi Di Maio le ha tentate di tutte. Non tanto per salvare l’amico-nemico Matteo Salvini, quanto piuttosto per preservare il governo e di conseguenza la sua poltrona dorata. Per prima cosa si è autoaccusato assieme con Conte e Toninelli. «Se è colpevole Salvini, lo siamo anche noi». Un doppio azzardo. Quello di finire prima o poi in gattabuia. E quello di offrire l’occasione ai pentastellati, che tra di loro si guardano in cagnesco, di sfiduciare nel voto a Salvini il loro capo politico pro tempore.

Pro tempore perché, politicamente parlando, il capo non gode di buona salute. E allora, ecco la seconda mossa. Se il partito si è ridotto a un pugno di uomini indecisi a tutto, la cosa migliore è quella dell’appello al popolo. Non è forse vero che questo appello è per l’appunto nel Dna del Movimento? E non è forse vero, come si diceva nell’antica Roma, che vox populi vox dei?

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