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O voto subito o avanti fino al 2023: gli effetti della pronuncia della Consulta sul referendum della Lega

Fare previsioni su che cosa delibererà la Corte costituzionale in merito al quesito referendario leghista, quesito che mira a trasformare il nostro sistema elettorale in un maggioritario secco basato interamente sui collegi uninominali come in Gran Bretagna, è pressoché impossibile.

Secondo i maggiori costituzionalisti la questione è obiettivamente aperta. La motivazione principale per cui il quesito potrebbe essere bocciato è la non immediata applicabilità, ma il fatto che Roberto Calderoli lo ha legato alla delega al governo per ridisegnare i collegi in seguito alla riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari rende incerta anche questa motivazione. Non resta dunque che attendere, e gli occhi del mondo politico sono tutti puntati sul momento in cui sarà pronunciato il fatidico sì o il fatidico no.

Gli effetti sulla durata della legislatura. O voto subito o avanti al 2023 Gli scenari politici, infatti, sono destinati a cambiare molto in seguito alla decisione della Corte. Se il quesito pro-maggioritario dovesse essere accolto i primi effetti si potrebbero avere sulla durata della legislatura. Si andrebbe verso una primavera referendaria: da una parte il taglio del numero di parlamentari (confermativo, senza quorum), dall’altra l’uninominale a turno unico (abrogativo, quindi con il quorum del 50% più uno degli aventi diritto). Dal momento che per entrambi i referendum è facile immaginare la vittoria dei sì, nei Palazzi si teme che qualcuno dei leader dei partiti della maggioranza potrebbe essere tentato di staccare la spina per poter rieleggere l’attuale numero dei parlamentari (circa mille invece di 600) utilizzando la legge elettorale in vigore, ossia il Rosatellum con il suo quasi 65% di quota proporzionale. Salvando insomma il salvabile e non consegnando l’intero Parlamento – e il Paese – a Matteo Salvini.

Tuttavia questo scenario è altamente improbabile: la Lega di Salvini vincerebbe con un certo margine di sicurezza anche con il Rosatellum, vista anche l’omogeneità dei consensi del centrodestra sul territorio nazionale (per avere il 50% dei seggi con il Rosatellum basta ottenere il 40% dei voti e vincere nel 70% dei collegi uninominali). Ma è anche vero che la perdita dell’Emilia Romagna per il Pd il 26 gennaio in favore della Lega potrebbe far deflagrare la maggioranza con conseguenze ora non del tutto prevedibili.

La paura (di Salvini) fa 90: il possibile effetto “blindatura”
Più probabile, ad ogni modo, l’effetto opposto sulla durata della legislatura, ossia un effetto blindatura. Se il quesito pro-maggioritario dovesse essere accolto si andrebbe verso un sistema elettorale basato interamente o in gran parte sui collegi uninominali: il sistema ideale per il centrodestra a trazione salviniana anche se si trovasse a quel punto l’accordo bipartisan sulla forma più soft del Mattarellum (75% di collegi uninominali e 25% di proporzionale). A quel punto nessun leader della maggioranza oserebbe più staccare la spina e la legislatura sarebbe blindata fino al 2023, quando si dovrà eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. Sono considerazioni politiche e non giuridiche di cui però i giudici costituzionali non potranno non tener conto nelle prossime ore.

Con il Mattarellum ritorno brusco al bipolarismo
Con il sì al quesito leghista si stopperebbe inoltre il tentativo di ri-proporzionalizzare il sistema: invece del Germanicum appena depositato alla Camera dai partiti della maggioranza (un proporzionale con soglia di sbarramento al 5%) si andrebbe con ogni probabilità – come lo stesso Salvini ha fatto intendere – verso una riedizione del vecchio Mattarellum. Il che vuol dire obbligo di coalizioni pre-elettorali per vincere nei collegi e riaggregazione dei partiti attorno a due poli: uno di centrodestra a trazione salviniana e uno democratico ed europeista con il Pd come perno. Il M5S dovrebbe scegliere da che parte stare – ossia con il premier Giuseppe Conte assieme al Pd – e non ci sarebbe più spazio per la “terza via” tra destra e sinistra evocata dal capo politico Luigi Di Maio nelle scorse settimane. Così come la ri-bipolarizzazione del sistema politico renderebbe la vita più difficile al progetto liberal-democratico alternativo al Pd messo in campo da Matteo Renzi con la sua Italia viva.

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