Piccioni, Donat-Cattin, Leone: quando erano i figli a mettere nei guai i padri politici

Matteo Renzi è stato il più giovane presidente del Consiglio. Maria Elena Boschi fu la relatrice di una riforma costituzionale (poi bocciata dal referendum) ad appena 33 anni. Luigi Di Maio ne aveva due di meno quando giurò da duplice ministro (Lavoro e Sviluppo economico, ma anche vicempremier). Alessandro Di Battista è nato alcuni mesi dopo l’uccisione di Aldo Moro. Il ringiovanimento della classe politica, tanto a lungo auspicato, ha avuto un effetto imprevedibile: se in passato a procurare guai e imbarazzi ai leader di partito erano solitamente i figli, il fattore familiare si è invertito portando alla ribalta genitori ancora attivi e, grazie a questo dato anagrafico, potenzialmente dannosi per le carriere politiche della prole.

Giovani leader, genitori attivi
L’ultimo caso della nuova tendenza è ovviamente Tiziano Renzi, da lunedì agli arresti domiciliari insieme alla moglie nella villa di Rignano con l’accusa di emissione di fatture per operazioni inesistenti e bancarotta fraudolenta. Poco prima c’erano state le vicende in casa dei Cinque Stelle con le società della famiglia Di Battista e quella dei Di Maio. Nella scorsa legislatura la Boschi era finita invece sotto accusa per il ruolo svolto dal padre in Banca Etruria (di cui era stato vicepresidente, indagato dopo il fallimento dell’istituto).

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