Referendum propositivo, esperti a confronto: «Così la democrazia diretta diventa più digeribile»

Il referendum propositivo riveduto e corretto con l’apporto delle opposizioni, Pd in primis, si avvia alla prova del voto in Aula alla Camera. Le aperture inattese che il ministro pentastellato Riccardo Fraccaro e la relatrice Fabiana Dadone hanno fatto, accogliendo molti suggerimenti delle minoranze, mettono anzi i deputati dem in una posizione per così dire scomoda: non possono più votare no, ma non possono votare sì. Almeno non ancora. Si va dunque verso un’astensione, almeno al primo giro (essendo una modifica costituzionale il Ddl Fraccaro ha bisogno della doppia lettura da parte di Camera e Senato).

Le modifiche intervenute, d’altra parte, non sono di poco conto. Prima il quorum non era previsto per niente e ora c’è un quorum basato sul numero dei sì: la proposta di legge referendaria è valida se i sì superano i no e se sono almeno pari al 25% dell’intero elettorato (attualmente 12,5 milioni). È poi saltato il meccanismo del “ballottaggio” tra la proposta popolare e la legge eventualmente approvata dal Parlamento, meccanismo che tante critiche aveva ricevuto per il rischio di un conflitto tra volontà popolare e Camere che avrebbe finito per delegittimare e sfiduciare queste ultime. E infine, con il giudizio integrale e non sono di ammissibilità della Corte costituzionale nella fase istruttoria del referendum (dopo la raccolta di 200mila firme sulle 500mila necessarie) , secondo gli esperti è superato implicitamente il problema dei limiti di materie: dalle leggi di spesa a quelle penali fino ai vincoli internazionali, sarà la Consulta a valutare prima che la consultazione popolare abbia luogo l’impatto della proposta di legge del comitato referendario sull’intero ordinamento.

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