Stop ai "furbetti" degli affitti brevi: Airbnb dovrà riscuotere la cedolare

Tempi duri per chi vuole evitare di pagare la cedolare secca del 21% sugli affitti brevi ricorrendo alla nota piattaforma Airbnb che solo in Italia conta oltre 214mila case e l’anno scorso ha fatto registrare 3,7 milioni di arrivi. Dopo una lunga battaglia il Tar del Lazio con la sentenza n. 2207/2019 ha respinto le richieste di Airbnb che finora si era rifiutata di riscuotere la cedolare secca sulle locazioni brevi e comunicare all’Agenzia delle Entrate i nomi dei locatari e i relativi redditi.

La norme introdotte nel 2017 dal governo Gentiloni (decreto legge 50/2017) prevedono che gli affitti brevi (di durata non superiore ai 30 giorni) scontano la cedolare del 21%, che viene trattenute e versata al fisco subito in caso il pagamento sia gestito da “intermediari immobiliari” (agenzie e portali e quindi compresa Airbnb) o al momento della dichiarazione dei redditi se i contratti sono gestiti direttamente. Ma finora Airbnb si è rifiutata di raccogliere le imposte e di trasmettere i dati degli host all’Agenzia delle Entrate, per consentirle – incrociando i dati – di dare la caccia ai possibili evasori. Per la nota piattaforma telematica questi adempimenti da vero e proprio sostituto d’imposta non spetterebbero a loro. Per non parlare di tutti i problemi legati alla gestione dei dati e della privacy.

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