Traffici illeciti e fonti diversificate: la mappa e il modello aggiornato dei finanziamenti Isis e Al Qaeda

A dispetto di una percezione di minaccia al ribasso, il terrorismo jihadista ha potenzialità spaventose di espansione. La sua forza si fonda sui fattori economici di sviluppo: molteplici, diversificati, ambigui e sotterranei. In connessione con alleanze variabili, tattiche e strategiche, sui territori di invasione, il fondamentalismo islamico è oggi una minaccia ad ampio spettro in fase di continua rimodulazione e rinnovata alimentazione finanziaria. “Terrorismo, criminalità e contrabbando-Gli affari dei jihadisti tra Medio Oriente, Africa ed Europa” è una monumentale ricerca oggi presentata a Roma dalla Fondazione Icsa alla Camera dei deputati. In oltre 400 pagine, la ricognizione attualizzata a tutto tondo della minaccia fondamentalista ha una prospettiva specifica: l’articolazione economica di sostegno e diffusione del terrorismo islamico. I risultati sono inquietanti a dir poco.

Il catalogo delle fonti di sostegno
La ricerca, pubblicata da Rubettino e curata da Carlo De Stefano, Elettra Santori e Italo Saverio Trento, illustra nei dettagli il lungo catalogo, in continuo aggiornamento, dei flussi finanziari del fondamentalismo. Le banche che rispettano la sharia. Il controllo di alcuni giacimenti di petrolio, di centrali elettriche e di gas. I rapimenti di ostaggi, i traffici di opere d’arte e di droga. Più nello specifico, il commercio illegale di idrocarburi, scovato anche dalla nostra Guardia di Finanza. C’è il traffico di medicinali contraffatti. E quello, insidioso e sempre in evoluzione, dei migranti. Ci sono poi gli affari criminali nella tratta di esseri umani, quella orrenda del traffico di organi. Il commercio illegale dei reperti archeologici. Il mercato sempre fiorente del contrabbando di tabacchi dove filoni di fondamentalisti si sono infiltrati. Il traffico di armi, soprattutto proveniente dai Balcani, «meno redditizio ma più strategico» sottolinea la ricerca. Cina, Romania e Russia sono i maggiori paesi produttori di armi sottratte all’Isis.

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