Trump twitta in persiano per il popolo iraniano. Storia della propaganda nella lingua del nemico

Gli abbiamo visto twittare di tutto. Refusi compresi. Come quando, poco dopo la mezzanotte del 31 maggio del 2017, cinguettò un improbabile «Covfefe» che sembrava un tormentone dei Monty Python ma forse era più semplicemente un colpo di sonno a smartphone acceso. Adesso Donald Trump, 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, su Twitter si esprime addirittura in persiano. È successo alle 23.50, ora italiana, di sabato 11 gennaio 2020.

Il tweet: «Al popolo iraniano coraggioso e sofferente»
A Teheran s’infiamma la protesta contro il regime della guida suprema Ali Khamenei, colpevole di aver provato a occultare la responsabilità iraniana nell’abbattimento del Boeing ucraino, The Donald si abbandona a un messaggio accorato: «Al popolo iraniano coraggioso e sofferente: sono stato con te sin dall’inizio della mia presidenza e il mio governo continuerà a stare con te. Stiamo seguendo da vicino le tue proteste. Il tuo coraggio è stimolante». Se non fosse drammatica la situazione, pure qui non sarebbe difficile scovare scampoli di comicità involontaria.

La protesta come occasione politica
Roger Ailes, controverso fondatore di Fox News, lo aveva capito prima di tutti: Trump sente la pancia del paese meglio di chiunque altro. Estremizzando il concetto e attualizzandolo alle tensioni per l’uccisione del generale Soleimani, potremmo dire che il tycoon prestato alla Casa Bianca fiuta cinicamente opportunità politica in ogni in ogni movimento di popolo. A prescindere dal popolo che si muova. E così, mentre gli iraniani di Teheran scendono in piazza contro Khamenei e quelli d’America si riuniscono in California per chiedere la liberazione della propria patria sì bella e perduta, The Donald pensa al valore simbolico dei primi e ai voti dei secondi, sfoderando un’arma nuova ma al tempo stesso antica: la propaganda bellica nella lingua del nemico.

Tu chiamalo, se vuoi, marketing di guerra
Essì, perché da almeno un secolo a questa parte esiste il «guerrilla marketing», nel senso di non convenzionale, ma pure il marketing di guerra, nel senso delle azione dimostrative rivolte al nemico. Cui puoi dire: arrenditi oppure passa dalla nostra parte, volta le spalle a chi ti governa. Un’arte che, modestamente, qui in Italia siamo stati tra i primi a frequentare.

D’Annunzio e il volo su Vienna
E non a caso il primissimo fu un artista: Gabriele D’Annunzio che, verso la fine della Grande Guerra, alla guida di uno stormo composto da otto Ansaldo Sva si lanciò nel celeberrimo volo su Vienna, spargendo sul nemico austriaco volantini tricolori che – in tedesco e in italiano – esortavano alla resa: «Viennesi! Imparate a conoscere gli italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà».

Gli appelli ai sudditi austro-ungarici
Si narra che azioni «pubblicitarie» di questo tipo all’inizio venissero viste con un certo sospetto dal comando italiano. Eppure si rivelarono efficaci, soprattutto tra le popolazioni suddite dell’impero austro-ungarico, come i cecoslovacchi e i romeni. Che in alcuni casi, fatti prigionieri, accettavano di combattere per il regio esercito e addirittura scrivevano loro stessi volantini per convincere i connazionali a passare dalla parte di Roma. Perché il passaparola sta sempre alla base del marketing.

L’incognita fake news
Nella Seconda guerra mondiale i nazisti furono maestri di propaganda nella lingua del nemico. Volantini contro il complotto pluto-giudaico-massonico furono distribuiti in polacco, olandese, francese, così come non si contavano, nei Paesi sottomessi, le traduzioni in lingua locale del Mein Kampf di Adolf Hitler. Per non dire della propaganda bellica in cirillico praticata nel corso dell’invasione della Russia. Poi vennero gli Alleati e parlarono le lingue locali pure loro. Trump, insomma, non ha inventato nulla di nuovo. Ma di sicuro, per chi osserva, sarà importante tenere d’occhio un’altra variabile della propaganda bellica nella lingua del nemico: le fake news. Che, soprattutto sotto elezioni, prosperano. Resta un unico dubbio: e se D’Annunzio avesse avuto i social?