Viaggio della Memoria, il valore della testimonianza contro odio e razzismo

«L’idea di andare in vacanza senza genitori ma con i nonni a 11 anni mi avrebbe fatto disperare». Matteo Polidori 17 anni del liceo musicale di Pesaro ascolta il racconto dell’ottantottenne Oleg Mandic che a 11 è arrivato ad Auschwitz non perché ebreo ma perché figlio di un partigiano. Nella seconda giornata del “Viaggio della Memoria” che ha portato cento studenti italiani a toccare con mano l’inferno del lager, Oleg a Birkenau racconta dei suoi sette mesi nel campo di sterminio. Lo fa accanto ai resti del Krematorium. «Non vedevo mai il sole – dice Oleg – era coperto da nuvole di cenere. E quando la cenere si posava su di noi e la toccavamo ci lasciava unti. Era grassa».

Anche Tatiana Bucci è stata internata a sei anni con la sorella Andra di 4 e la mamma. É rimasta viva perché sembravano gemelle e poteva essere utili per la “scienza” nazista. Dal suo kinderblock Tatiana vedeva il fumo e le fiamme dei camini. «Non ho mai pensato alla morte – dice Tatiana – anche se una sorvegliante a modo suo ce la raccontava, ci diceva che dal camino si usciva. Non ci pensavo neppure quando la morte la vedevo. Un capanno vicino al nostro era pieno di corpi scheletrici ammassati uno sull’altro. Noi bambini giocavamo lì davanti». Ad ascoltare le parole dei due sopravvissuti, arrivati a Cracovia il 12 gennaio, c’è anche la neo ministra dell’Istruzione Livia Azzolina. «É importante essere qui con i ragazzi. Questo è un momento buio: torneranno a casa – dice la ministra – e saranno testimoni di quello che hanno visto. Dovranno sempre essere contro ogni forma di odio e di razzismo».

Un risultato che con Giuseppe Petito, 18enne che abita e studia al Parco Verde di Caivano (noto alle cronache anche per un caso di abusi su minori, ndr), un posto in cui la vita non è facile, il risultato sembra raggiunto. «Non lo dico per fare bella figura con i giornalisti, torno diverso, mi voglio accontentare di quello che posso avere. Ho parlato con Oleg – dice Giuseppe – mi ha spiegato che era difficile al campo avere amici perché ci si picchiava per un tozzo di pane. E anche se non ci credete che mi farò bastare quello che ho e non lo volete scrivere, scrivete almeno che anche al Parco Verde c’è brava gente».

Del fatto che ci sia brava gente non dubita Irene Fabbri, anche 18enne, del liceo Pilo Albertelli di Roma, però non è certa che quanto successo a Birkenau non potrebbe accadere mai più. «Oggi vediamo ciò che accade ai messicani in fuga – ricorda Tatiana – ai curdi e ai libici. Ma tutto ci lascia indifferenti». Per Matteo Carratore, 16 anni, anche lui di Caivano la cosa più sconvolgente è pensare che per quanto si potesse lottare per farcela, nel lager vivere o morire dipendeva dal capriccio di altri esseri «che faccio fatica a definire umani». Il 27 gennaio il presidente Mattarella in occasione del 75mo anniversario della liberazione di Auschwitz premierà il miglior lavoro degli studenti sulla Shoah.