Governo: Casaleggio vuole voto Rousseau su accordo con Pd (Rep)

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L’ipotesi di governo giallo-rosso sembra aver superato

anche lo scoglio più duro: quello delle perplessità di Davide Casaleggio

che però ora chiede che siano gli iscritti ad esprimersi sull’intesa con

il Pd per la formazione di un nuovo esecutivo.

Casaleggio, scrive Repubblica, vorrebbe il voto su Rousseau già oggi,

prima della direzione Pd e prima di andare a parlare con il capo dello

Stato, per sancire, ancora una volta, la supremazia della piattaforma

digitale, che gestisce e per cui incassa 300 euro al mese a eletto, nei

meccanismi decisionali del Movimento. L’assemblea congiunta dei

parlamentari, infatti, è stata convocata solo stasera alle 19h00, a voto

già avvenuto. Se davvero andrà come vuole Casaleggio. Perché se Di Maio è

favorevole, ci sono forze che frenano e vorrebbero ritardare il momento

della consultazione on line: quella del presidente del Consiglio Conte,

ormai forte dell’appoggio incondizionato e ripetuto di Beppe Grillo. E

quella del presidente della Camera Roberto Fico, che si è sfilato per

favorire una soluzione e che lavora da settimane perché l’accordo si

chiuda. A giudicare dal monitoraggio dei social, il voto su Rousseau è un

rischio. Serve tempo, un accordo blindato, magari un nuovo intervento di

Grillo, per far sì che non sia un azzardo. Di certo, in questa fase è

stato messo nell’angolo chi remava decisamente contro l’intesa. Di

Battista non era al vertice decisivo di ieri, la sua linea è stata

sconfessata nel momento in cui il garante ha scelto la carta Conte. Il

senatore Gianluigi Paragone ancora ieri rilanciava senza convinzione, e

con un piede fuori dalla porta. “Vogliono discontinuità? Mettiamo Stefano

Fassina all’Economia». La vicepresidente del Senato Paola Taverna è in

ferie, all’estero col figlio, e non ha potuto dire la sua – come Di

Battista – se non per telefono.

Resta il fatto che in diciannove giorni di crisi, Di Maio non ha mai

pronunciato la parola Pd. Non pubblicamente. Il capo politico del

Movimento ha affrontato la crisi come una sfinge. «Non devo fare la prima

mossa, devo scoprire il bluff di Salvini», diceva quando tutto era ancora

confuso. Prima che Giuseppe Conte portasse la crisi in Parlamento e la

rendesse irreversibile. Ed è andato avanti così, come un giocatore di

poker che nasconde le sue carte, continuando ad alzare la posta. Proprio

mentre il suo Movimento si divideva. Di Maio lo fa per rompere o perché

crede che la corda non si spezzerà?. Se lo chiede in queste ore il

segretario dem Nicola Zingaretti. Se lo domandano anche esponenti

dell’inner circle del vicepremier M5S, perché ci sono cose che non

tornano: la richiesta del Viminale, prima di tutto. Una rivalsa nei

confronti del leader della Lega, certo. Ma anche un segno di continuità

con la faccia feroce nei confronti degli immigrati incarnata da sempre,

tra i 5 stelle, proprio da Di Maio. «Farò quello che chiede il Movimento»,

ha detto il leader nel vertice che ha dato il via libera definitivo alla

trattativa. Con i sì del ministro dei rapporti con il Parlamento Riccardo

Fraccaro, del guardasigilli Alfonso Bonafede, del capogruppo alla Camera

Francesco D’Uva, perfino del sottosegretario Vito Crimi. Ma con i dubbi di

Max Bugani, socio di Casaleggio nell’associazione Rousseau e ultimamente

vicino alle posizioni e alla voglia di voto di Alessandro Di Battista. E

con quelli, a sorpresa, del capogruppo al Senato Stefano Patuanelli, che

ha escluso fin dal primo momento un possibile ritorno con la Lega, ma

secondo cui «il male minore per il Movimento sarebbe il voto».

Così, la partita continua a condurla Di Maio. Sempre sotto traccia,

lasciando che le dichiarazioni pubbliche le facciano Zingaretti e gli

esponenti del Pd, rifiutandosi di dire a chiunque, anche ai deputati più

vicini, cosa pensa sia meglio davvero. Aveva scommesso sulla tenuta

dell’alleanza con Salvini, se non altro per l’intesa personale che si era

creata tra i due un anno e mezzo fa. Non si aspettava il voltafaccia,

nonostante in molti l’avessero visto arrivare, e ora non vuole esporsi

finché tutto non sarà deciso. Quel che vuole però è ottenere il massimo

per sé: restare vicepremier. E magari, se non capo del Viminale, almeno

ministro dello Sviluppo, per portare avanti il lavoro intrapreso e

mostrare dedizione a quanto fatto finora. “Mi rimetto alla volontà del

Movimento”, ha detto più di una volta negli ultimi giorni. Senza alzarsi

dal tavolo però. Cercando di non lasciare spazio agli altri giocatori.

red/alu

 

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