Governo: intesa Pd-5S; al via totoministri, rebus sui vicepremier (CorSera)

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Dietro l’intenso confronto ufficiale tra Pd e M5S sui «programmi e sulle idee», anche in questa crisi di governo di agosto spunta la trattativa sulle poltrone di governo.

Lo scrive il Corriere della Sera spiegando che ieri , nel corso dell’incontro tra il Pd e il M5S c’è stato uno scambio progressivo di proposte e controproposte sull’organigramma. La casella del presidente del Consiglio, visto che sta prendendo corpo un Conte bis, è quella più chiara anche se il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, continuerà, anche per rispetto verso il Quirinale, a ripetere in pubblico che il “nodo non è sciolto”, almeno fino a domani quando sarà ricevuto dal capo dello Stato. Ma il totoministri diventa subito un rebus se si passa alla questione dei vice: il Pd chiede che ci sia una sola poltrona di vicepremier da assegnare ad Andrea Orlando (o a Dario Franceschini), mentre il M5S vuole i gradi di vice anche per Di Maio, destinato a conquistare la delega del Viminale. Tuttavia, qualcuno dei suoi l’ha anche avvertito dei rischi: “Occhio, Luigi, quella del ministero dell’Interno è una poltrona che scotta. Non potrai fare la politica di Salvini sull’immigrazione. E, soprattutto, dal giorno dopo diventerai il bersaglio mediatico numero uno di Salvini stesso”. Sull’Economia, poi, sarebbero in ballo Antonio Misiani (Pd), l’uscente Giovanni Tria e anche Pier Carlo Padoan (Pd) visto che è caduto il veto sugli ex.

Con Di Maio proiettato verso il Viminale (dove però potrebbero spuntare altre soluzioni: il dem Marco Minniti o il capo della polizia Franco Gabrielli), Pd e M55 potrebbero dividersi i tre ministeri che hanno una sfera d’azione internazionale. Possibile la conferma alla Difesa per l’anti-salviniana Elisabetta Trenta (ma anche qui ci sono richieste per Emanuele Fiano del Pd). Una volta sciolti i punti di domanda sugli Esteri (Paolo Gentiloni o la conferma di Enzo Moavero Milanesi), le Politiche comunitarie potrebbero finire alternativamente a Roberto Gualtieri ed Enzo Amendola, l’uno eurodeputato, l’altro ex sottosegretario agli Esteri. La Giustizia è in ballo tra l’uscente Alfonso Bonafede e l’ex Andrea Orlando (ma c’è anche un’ipotesi Pietro Grasso di Leu).

Zingaretti, che non entrerebbe al governo perché se lo facesse dovrebbe lasciare la guida della Regione Lazio, vuole nella squadra di Conte anche la sua vice Paola De Micheli (Mise) e dal Nazareno spunterebbero anche i profili dei renziani Teresa Bellanova (Lavoro), Ettore Rosato (Difesa), Roberto Cingolani (Istruzione). Senza contare che Lorenzo Guerini (Pd) dovrà lasciare la presidenza del Copasir a un leghista e, quindi, anche per lui si profila un ingresso nel governo.

Il pacchetto di mischia dei 5 Stelle al governo, oltre a Di Maio, comprenderà Riccardo Fraccaro (Rapporti con Parlamento e delega alle Riforme), forse Giulia Grillo (Salute) e Sergio Costa (Ambiente). La poltrona delle Infrastrutture sembra ritagliata per l’ex Graziano Delrio (Pd) o per capogruppo M55 al Senato, Stefano Patuanelli. Altro punto di discontinuità nella continuità rispetto al primo governo Conte, viste le tensioni con Salvini, Vincenzo Spadafora, già sottosegretario alle Pari opportunità prossimo alla riconferma, anzi in odore di promozione. Infine c’è il nodo che riguarda il nome del commissario Ue per l’Italia ancora da sciogliere.

alu

 

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