WALL STREET: indici su, Trump non chiude porta a Cina

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Wall Street prosegue in rialzo, ma lima i guadagni dell’apertura, grazie ai commenti del presidente Donald Trump, che parlando al vertice del G7, ha offerto una visione piú ottimistica sullo stato delle relazioni con la Cina, affermando che Pechino ha richiesto una prosecuzione dei colloqui commerciali. Per il leader di Washington, questo è uno “sviluppo positivo”, significa che “voglio raggiungere un accordo”.

I negoziati tra Washington e Pechino sono “molto piú significativi che

in qualsiasi momento” prima d’ora. Alla domanda se prenderá in

considerazione la possibilitá di ritardare o annullare le tariffe

pianificate contro la Cina, l’inquilino della Casa Bianca ha risposto che

“tutto è possibile”.

Il Dow Jones guadagna lo 0,62%, l’S&P 500 lo 0,58% e il Nasdaq Composite lo 0,75%.

Il conflitto commerciale “sta ridisegnando le catene di approvvigionamento globali e facendo molte ‘vittime’ in questo processo”, commenta Julian Emanuel, chief equity and derivatives strategist di BTIG. L’esperto sottolinea come “un ostacolo di questa portata porterà l’attuale volatilità a continuare almeno a breve termine”.

Gli investitori stanno perdendo fiducia nel modo in cui entrambe le parti stanno andando incontro ad una vera e propria guerra commerciale e sul fatto che una soluzione potrebbe essere trovata presto. “La fiducia richiede elementi di certezza e controllo e il mercato azionario, al momento, non ha nessuno dei due”, afferma Peter Atwater di William & Mary.

Una potenziale recessione negli Stati Uniti è ora “la piú grande preoccupazione” dei mercati, commenta uno strategist di Standard Chartered Private Bank. Le probabilitá di una recessione negli Stati Uniti nei prossimi 12 mesi è passata dal 25% al “massimo del 40%”, afferma l’economista Clive McDonnell. “L’effetto combinato di tutti questi sviluppi negativi continui in termini di tariffe sta sicuramente aumentando il rischio che gli Usa scivolino in recessione”, precisa l’esperto. “Penso che sia una vera preoccupazione per i mercati adesso”.

Tuttavia, per William Reinsch di Center for Strategic and International Studies, l’escalation tra Stati Uniti e Cina non dovrebbe deragliare i negoziati commerciali tra i due giganti economici. Questo perchè nè Washington nè Pechino vogliono essere visti come la parte che ha causato l’interruzione dei colloqui, fattore che potrebbe avere ripercussioni sulla loro immagine politica.

“Se Trump si tira fuori, è un grave fallimento per lui. Ha passato un anno a twittare su quanti progressi gli Stati Uniti stiano facendo, su quanto grandiosi i negoziati siano, per cui abbandonare tutto ora lo lo sottoporrebbe a forti critiche”. Allo stesso modo, “Pechino ha trascorso molto tempo a dichiarare quanto rispetti le regole. Se si ritirano, penso che questo danneggi la loro immagine”, aggiunge l’esperto. “Inoltre, se il Governo cinese dovesse fare un passo indietro consentirebbe a Trump di incolparlo per il fallimento delle trattative”.

Tuttavia, per Reinsch, il tira e molla tra Washington e Pechino potrebbe durare fino alle elezioni del 2020, osserva William Reinsch di Center for Strategic and International Studies. Trump “ha bisogno di una vittoria ma ne ha bisogno tra un anno, non ora”, e raggiungere un accordo con la Cina nei prossimi mesi offre agli americani il tempo di esaminare l’accordo prima del voto presidenziale, il che potrebbe non essere favorevole alle possibilitá di rielezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca, spiega l’esperto.

“Se un accordo sará raggiunto, questo sará meno forte di quello che Trump vorrebbe, in quanto i cinesi non accetteranno tutte le richieste degli Stati Uniti”. Se l’intesa fosse raggiunta ora le persone avrebbero il tempo di osservare i punti deboli, i pro e i contro e saprebbero se “la Cina sta rispettando o meno” i patti. “Una mossa intelligente per Trump sarebbe invece cercare di raggiungere un accordo nell’ottobre 2020, perchè a quel punto l’elettorato voterebbe prima di capire il punto d’incontro trovato con la Cina è favorevole o meno. Per questo penso che i negoziati proseguiranno” e, allo stesso modo le escalation, “per un altro anno e che poi Trump poi proverá a raggiungere un’intesa”.

Sul fronte macroeconomico gli ordini di beni durevoli negli Stati Uniti, secondo la lettura preliminare di luglio, sono aumentati del 2,1% a livello mensile. Il dato ha sorpreso il consenso degli economisti, che si aspettavano un incremento dell’1,1% m/m. Gli ordini ex trasporti sono scesi dello 0,4%, in questo caso deludendo il consenso che si attendeva un aumento dello 0,8%. Gli ordini ex difesa sono invece saliti dell’1,4%, sempre su base mensile. Infine, gli ordini di beni durevoli di giugno sono stati rivisti al +1,8%, dall’1,9% m/m.

Inoltre l’indice Cfnai, che misura l’andamento dell’attivitá economica nel distretto della Fed di Chicago, si è attestato a -0,36 punti nel mese di luglio, in calo rispetto a quota +0,03 di giugno. La media mobile a 3 mesi è a -0,14 punti rispetto al -0,30 del mese precedente.

Il cambio euro/usd tratta poco mosso a 1,1117. Sull’obbligazionario, il costo di finanziamento del T-Note decennale è all’1,519% e quello biennale all’1,526%.

lus

 

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