Legge bilancio: governo studia tesoretto figli con assegno unico (Rep)

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L’assegno unico per ogni figlio – dal settimo mese di gravidanza ai 18 anni – partirà già nel 2020. Se non da gennaio, da metà anno. Lo scrive Repubblica spiegando che il piano del governo giallo-rosso, accelerato nelle ultime ore, corre su due binari: uno normativo affidato a una legge delega (la Delrio-Lepri, dai primi firmatari pd) già in discussione in commissione Lavoro della Camera e attesa il 28 ottobre in Aula, e uno finanziario, con il riparto delle risorse da inserire nella manovra di bilancio. E questo il punto più delicato.

Il piano da 30 miliardi necessita di 10 miliardi di coperture extra. Il resto viene recuperato eliminando assegni familiari (6 miliardi) e detrazioni (12 miliardi). Oltre a bonus vari: premio alla nascita, bonus bebè, bonus rette asilo nido, fondo di sostegno alla natalità. Dieci miliardi non si trovano in un giorno e neanche in 15, come il tempo che ci separa dall’invio della legge di bilancio alle Camere. Ecco allora l’ipotesi. Rimodulare tre importanti centri di spesa: gli 80 euro, il reddito di cittadinanza e quota 100. Il bonus Renzi non verrebbe cancellato, come ha precisato anche il titolare di via XX settembre, Roberto Gualtieri, ma resterebbe agli esclusi dall’assegno unico: chi è senza figli o non ha figli minori (per il primo anno) o non ha figli a carico (il secondo anno l’assegno unico verrebbe esteso anche agli under 26 che vivono ancora in famiglia). Gli 80 euro erogati alle famiglie con figli minori verrebbero invece riassorbiti nell’assegno unico da 240 euro al mese per ogni figlio. Così facendo, si recuperano 3,2 miliardi. Con la stessa logica, altri 2 miliardi arriverebbero dal reddito di cittadinanza, misura anche questa confermata e non messa in discussione. La famiglia che riceve uno o più assegni unici li scalerebbe dal reddito di cittadinanza eventualmente percepito.

Infine quota 100, l’anticipo pensionistico possibile – dal 2019 al 2021- con almeno 62 anni di età e 38 di contributi. La proposta Nannicini consiste nel trasformare la misura sperimentale, meno apprezzata di quanto stimato dal governo gialloverde in termini di uscite, in un’Ape sociale rafforzata da 3 miliardi per consentire a tutti i disoccupati, ai lavoratori impegnati in attività gravose e usuranti, a chi si prende cura di parenti non autosufficienti di andare in pensione prima: a 62 anni con 30 anziché 38 annidi contributi. Una sorta di “quota 92”. Ecco che si libererebbero 5 miliardi. E dunque: 3 miliardi dagli 80 euro, 2 almeno dal reddito di cittadinanza e 5 da quota 100. Il totale fa 10 miliardi. Al momento solo ipotesi. La legge delega darebbe la cornice normativa, riordinando interventi e bonus che si sono stratificati negli anni, spesso anche privi di efficacia.

red/alu

 

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