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Colle avverte, in caso di rimpasto serve fiducia Camere (Rep)

Siccome tutti hanno capito che il governo durerà, gli appetiti per il rimpasto si sono fatti più voraci. E’ un sogno di Luigi Di Maio, ma, in realtà, il rimpasto è il sogno estivo della maggioranza, a riprova che la politica italiana non ha mai pace, nemmeno nella settimana dopo Ferragosto, sapendo che comunque se ne riparlerà dopo le regionali del 20 settembre.

Lo scrive Repubblica spiegando che questa voglia di buttare all’aria le attuali caselle, per rifare tutto daccapo, dovrà fare i conti con la dottrina Mattarella. Se il rimpasto sarà rilevante allora bisognerà passare giocoforza per le Camere, attraverso un nuovo voto di fiducia. Condizione invece non richiesta in caso di cambi minimi. Cosa s’intende per rimpasto rilevante? L’avvicendamento di ministeri pesanti, dall’Interno all’Economia, per intenderci, o in numero tale da far cambiare la fisionomia del governo. In quel caso il passaggio parlamentare è ritenuto obbligato dal Capo dello Stato. Va premesso che il Quirinale è fuori dalla partita, nel senso che naturalmente non ha preso iniziative, né tantomeno ha fornito via libera o dispensato consigli, com’è nella natura del presidente Mattarella. Nessuno gli ha chiesto pareri in merito. Chi vuol avventurarsi in un rimpasto sappia che questo è il percorso, che non da oggi il capo dello Stato ha sempre ritenuto la via maestra, anche quando simili tentazioni erano affiorate in un recente passato.

Tutto questo complica i piani a chi pensa di scompaginare l’attuale governo, ridisegnando gli equilibri, a cominciare da quello delicatissimo della scuola, dove la titolare Lucia Azzolina è alle prese con un compito improbo. La sua condotta le ha finora attirato molte critiche, provenienti anche dalle sue stesse file. Il passaggio parlamentare infatti allarma i fautori del rimpasto, perché li costringe ad affrontare l’apertura di una minicrisi, una scelta sempre rischiosa. Del resto l’idea del rimpasto non è mai piaciuta al premier Conte, che ne conosce le insidie e vi ravvisa una minaccia alla sua leadership. «Qui può finire male» gli venne attribuito, quando il Pd spinse per un rimpasto dopo le ventilate dimissioni del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora.

Cambiare squadra per Conte rappresenta un problema. Infatti, l’8 agosto, durante l’ultima conferenza stampa prima della pausa estiva, convocata per illustrare il “decreto di agosto”, il premier lo aveva escluso pubblicamente: «sono pienamente soddisfatto dei miei ministri». Ma le pressioni, rinfocolate dopo il via libera al Recovery Fund, i 209 miliardi che sigillano la legislatura, restano troppo forti. Nel Pd queste inquietudini si spingono fino a chiedere al proprio segretario, Nicola Zingaretti, di entrare al governo. Gli spetterebbe un ministero di prestigio, si era parlato dell’Interno. Solo che Zingaretti non ne ha nessuna intenzione. Eppure persino Goffredo Bettini, uno degli architetti della maggioranza giallorossa, in un’intervista a Repubblica, lo scorso primo agosto, aveva aperto: «Nicola ministro? Non ci vedrei nulla di male». E’ la tesi di chi sostiene che il Pd debba contare di più, perché le sue idee non passano, o non passano abbastanza, come dimostra la storia della mancata approvazione della legge elettorale legata al taglio dei parlamentari: era nel patto di governo ed è rimasta lettera morta. Cosi il referendum sarà soltanto una vittoria per i Cinquestelle. Il che rende più nervoso il quadro, e aumenta la voglia di rivalsa, ma poi ci sono i paletti del Quirinale, contro i quali anche i sogni di agosto rischiano di infrangersi.

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MF-DJ NEWS

1808:40 ago 2020

   

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August 18, 2020 02:44 ET (06:44 GMT)

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