E se Giovanni va male a scuola? Come si misura della povertà educativa, ipotesi di lavoro


E se Giovanni va male a scuola? Come si misura della povertà educativa, ipotesi di lavoro 

La povertà educativa si articola su molte dimensioni, è un concetto latente, che non si manifesta in modo direttamente osservabile, sfugge alle definizioni rigide, ha confini spesso sfocati. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. Giovanni va male a scuola, il suo rendimento è sotto la mass media. Giovanni vive in gruppo sociale (famiglia, adulti di riferimento, coetanei, educatori) che quotidianamente agisce ed interagisce con lui in un certo luogo. Giovanni vive, diciamo, a Milano, in un quartiere della città, frequenta una scuola, giardini, biblioteche, piscine musei, se ci sono o forse no, insomma Giovanni fa parte di una rete di relazioni locali, di una comunità locale. Il suo andar male o bene a scuola è il risultato delle sue capacità individuali, ma pure di come queste capacità entrano in relazione con la comunità (e voglio usare proprio questo termine positivo) che lo educa. Educare significa trarre fuori qualcosa da qualcuno, ex ducere, condurre fuori le qualità, mettere in grado, favorire lo sviluppo, è il contrario di in ducere. L’esperienza individuale di Giovanni attraversa diversi livelli di aggregazione: quello della classe, della scuola, del quartiere, della città, della Regione, dello Stato. La sua biografia scolastica e di formazione comporrà, aggiungendo o sottraendo il suo caso, molti indicatori poi pubblicati a livello regionale e nazionale: tasso di abbandono scolastico, percentuale di individui sotto la soglia di povertà economica,…

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