Fisco, le famiglie non si sono ancora riprese dallo shock del 2012


ROMA – La pressione fiscale generale è in calo, ma quella delle famiglie non ha registrato miglioramenti significativi. Tra il 2012 e il 2019, rileva uno studio della Fondazione Nazionale dei commercialisti, la pressione fiscale sulle famiglie ha recuperato solo 0,18 punti rispetto allo shock subito nel 2012, per cui, nel 2019, residuano ancora ben 1,63 punti di incremento dovuti allo shock 2012. Mentre la pressione fiscale generale nello stesso periodo ha recuperato 1,35 punti ed ha lasciato un residuo più contenuto pari a 0,66 punti nel 2019. In pratica, le famiglie, rispetto agli altri settori istituzionali dell’economia, in particolare alle imprese e alle istituzioni finanziarie, hanno sopportato quasi per intero il peso dell’aggiustamento fiscale indotto dalla crisi del debito del 2011.

La pressione fiscale ha subito uno shock improvviso nel 2012 pari a 2 punti di Pil. Tra l’altro mentre la pressione fiscale generale risulta in calo costante dal 2014, quella sulle famiglie, stabile nel 2013 (-0,08 punti di Pil), si è incrementata ulteriormente nel 2014 (+0,22%) e nel 2015 (+0,30%), per poi riprendere a ridursi nel 2016 (-0,46 punti) e nel 2017 (-0,17 punti di Pil) fino a stabilizzarsi nel 2018 e nel 2019. L’andamento differente rispetto a quella generale è dovuto dall’incremento del gettito Imu/Tasi, delle addizionali Irpef e dei contributi sociali a carico delle famiglie, controbilanciato dal calo del gettito Ires e Irap e dalla stazionarietà dei contributi sociali a carico dei datori di lavoro.

Quest’anno la legge di bilancio – attraverso la riduzione del cuneo fiscale dei lavoratori dipendenti – avrà un impatto positivo sulla pressione fiscale delle famiglie, sebbene in maniera contenuta pari allo 0,17% del Pil che salirà a 0,28 punti nel 2021. Ma non basta: anche ipotizzando la trasformazione in detrazione fiscale del bonus di 80 euro mensili introdotto dal governo Renzi nel 2015, equivalente a 0,5 punti di Pil, non si rientrerebbe del tutto dallo shock fiscale del 2012.

“La riduzione della pressione fiscale registratasi negli anni successivi al picco del 2012 – commenta il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Miani – ha prodotto risultati asimmetrici rispetto alle diverse platee di contribuenti. C’è stato un saldo positivo per le imprese con una buona base occupazionale, per le quali è stato possibile fruire a pieno dei positivi interventi su Irap, Ires e contributi sociali. Per i lavoratori dipendenti a basso reddito, che hanno potuto bilanciare l’inasprimento della tassazione locale con il “bonus 80 euro”, il saldo è invece più o meno in pareggio. Saldo tendenzialmente negativo, infine, per pensionati, lavoratori autonomi e ceto medio in generale che ha subito l’inasprimento della tassazione locale senza alcuna apprezzabile contropartita, al netto della esenzione della prima casa dall’Imu”. Secondo Miani, “si tratta ora di insistere nello sforzo di riduzione del carico fiscale, dando però la giusta priorità a interventi mirati verso chi è stato sino ad oggi più trascurato, in primo luogo le famiglie”.

Il documento dei commercialisti fa poi il punto anche sui redditi medi familiari, evidenziandone una crescita continua dal 2015. In particolare, nel 2017, il reddito medio netto familiare è risultato pari a 31.393 euro, superando per la prima volta il livello pre-crisi di 30.502 euro del 2009. Permangono, invece, significative differenze territoriali con il livello più basso al Sud (25.415 euro) e il più alto nel Nord-ovest (35.386 euro). Il Sud presenta un gap del 19% rispetto alla media nazionale e del 28% rispetto al livello più alto del Nord-ovest.

Infine, rispetto alla composizione del nucleo familiare, la ripresa manifestatasi nel triennio 2015-2017 ha favorito i nuclei più piccoli, mentre quelli più numerosi, in particolare quelli con cinque e più componenti, hanno fatto registrare addirittura un calo del reddito.

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