JP Morgan in Borsa supera la somma delle prime dieci banche europee

Con una capitalizzazione di Borsa che a inizio 2020 sfiora i 430 miliardi di dollari, il colosso bancario Usa JP Morgan apre il nuovo decennio con un sorprendente record: il mercato degli investitori globali gli attribuisce un valore che da solo è superiore a quello della somma delle prime dieci banche europee (378 miliardi di dollari).

Anche allargando la base del campione, la supremazia bancaria statunitense rispetto all’Europa resta evidente. Le prime sei banche Usa valgono in Borsa circa 1.300 miliardi di dollari comprendendo, oltre ai 430 miliardi di JP Morgan, anche Bank of America (312 miliardi), Wells Fargo (222), Citigroup (173), Goldman Sachs (85,7) e Morgan Stanley (84,5).

La valutazione delle sei “big banks” Usa è pari a tre volte quella delle dodici maggiori banche europee (aggiungendo alle dieci della tabella in pagina anche la belga Kbc con 31,2 miliardi e la francese SocGen con 29,5 miliardi).

Il divario tra le banche Usa ed europee in termini di capitalizzazione di Borsa, che riflette la diversa crescita delle attività totali e della redditività, si è ampliato nel corso dell’ultimo decennio che ha fatto seguito alla grande crisi finanziaria del 2007-2008 originata proprio negli Usa.

Limitando l’osservazione a JP Morgan, la banca guidata da Jamie Dimon aveva iniziato il 2010 con quotazioni attorno ai 42-43 dollari per azione. Nel biennio 2011-2012 della crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, i timori di una nuova tempesta finanziaria globale dovuta alla fine dell’euro coinvolsero anche JP Morgan che nel periodo scivolò fino a un minimo sotto i 28 dollari per azione.

Scongiurata la crisi europea, le azioni JP Morgan già nel 2013 veleggiavano intorno ai 50 euro. Da lì in poi il rally, insieme alla crescita degli utili e all’ottimismo di Wall Street, è stato praticamente ininterrotto, avvicinando quota 120 dollari a inizio 2018 per poi superare i 140 dollari a fine 2019.

E’ stato stimato che chi avesse investito 100 dollari in azioni JP Morgan a inizio 2010 oggi, ipotizzando il reinvestimento dei dividendi percepiti nel frattempo, si ritroverebbe con 390 dollari. Inutile, e forse impietoso, fare confronti con gli azionisti di molte banche europee che nello stesso periodo in alcuni casi hanno invece accusato ingenti minusvalenze.

Innumerevoli le cause del divario bancario tra le due sponde dell’Atlantico, quasi tutte riconducibili alla forza del mercato e del Governo Usa e alla frammentazione di un’Europa in cui i singoli Stati frenano la nascita di banche davvero paneuropee. Basti ricordare le modalità di intervento nella crisi finanziaria del 2008: gli USA imposero da subito, con il Tarp, le ricapitalizzazioni di Stato alle banche – restituiti pochi anni dopo -, mentre l’Europa si è mossa in ordine sparso lasciando che ogni Paese intervenisse con soluzioni e tempi, non ancora finiti come si è visto con Nord Lb e Popolare Bari, lasciati ad Autorità e Governi nazionali.

Ne è conseguito un decennio in cui le grandi banche Usa, fortemente ricapitalizzate, hanno acquisito il dominio dell’investiment banking e in particolare del capital market negli Usa e negli ultimi anni anche in Europa, dove sono ormai diventati leader di mercato.

Il principale “driver” del divario di mercato tra le due sponde dell’Atlantico è la remunerazione del capitale che vede le europee con un Roe 2020 atteso in media al 9% rispetto al 12% delle big Usa, con punte del 14% per JP Morgan (secondo le stime di Citi, vicine a quelle di consenso del mercato). Un gap di redditività che impatta fortemente sulla valorizzazione attuale e attesa con le banche europee che quotano in media con un rapporto di 0,8 tra prezzo e patrimonio contro l’1,4 medio delle rivali statunitensi.

La tendenza degli ultimi anni proseguirà anche in futuro? In parte la prospettiva dipenderà dall’attenuarsi delle disparità nella regulation, da verificare alla luce dei comportamenti della nuova Vigilanza Bce, ma anche dalle capacità delle singole banche di adattare i propri business model alla rivoluzione digitale e agli investimenti che essa richiede.

«L’ingresso di nuovi attori Fintech sta profondamente cambiando le abitudini dei clienti in una direzione che rischia di rendere alcune banche “note a piè di pagina della storia”», scriveva poche settimane fa la società di consulenza McKinsey nel suo report annuale dedicato al settore. Poco potrà cambiare se, come scrive Mc Kinsey, «le banche continueranno a dedicare solo il 35% del proprio budget It all’innovazione, contro il 70% dedicato dalle società fintech».

E’ evidente che colossi bancari delle dimensioni di JP Morgan, che ha annunciato un piano pluriennale di investimenti da 20 miliardi di dollari, possono destinare alla trasformazione digitale risorse che le “piccole” banche europee sono destinate giocoforza a centellinare. Sperando di non diventare note a piè di pagina della storia.