Tusa, il tecnico prestato alla politica innamorato dell’archeologia

È stato definito un tecnico prestato alla politica. Ma Sebastiano Tusa, 66 anni, l’archeologo di fama internazionale morto nel tragico incidente in Etiopia era molto di più: era un uomo gentile e aperto, un archeologo dalle grandi intuizioni, un uomo di cultura dalle forti passioni civili e politiche. Figlio di Vincenzo, a sua volta grande archeologo, Sebastiano è stato , in questi anni anche duri per un settore sempre bisognoso di denari per finanziare le ricerche, un punto di riferimento instancabile.

È anche suo il progetto poi andato in porto della Sovrintendenza del mare, organismo unico di tutela di quel grande patrimonio archeologico che si trova nei fondali del Mediterraneo e suoi molti dei progetti per la fruizione di quel patrimonio: «Il mare – disse dopo il via libera alla Soprintendenza nel 2004 – finalmente non è più marginale. Il nostro obiettivo è quello di far diventare questi temi centrali per recuperare una cultura del mare che è nel Dna della Sicilia e che può rappresentare oggi un volano per lo sviluppo dell’isola». Ecco, in questa dichiarazione il senso di una passione smisurata che era nel dna di una famiglia innamorata dell’archeologia, dell’antichità, dell’arte e della bellezza: la moglie di Tusa, per dire, è Valeria Patrizia Li Vigni, apprezzatissima direttrice del museo d’arte contemporanea di Palazzo Riso a Palermo.

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